lunedì 29 settembre 2014

Il caso dell'iPhone sperduto

I


Che cosa c'è di meglio di una passeggiata in bicicletta nella splendida campagna inglese a fine settebre? Ben poco, of course. Così Flaminia inforca e va. Ma il suo Iphone, forse incantato dalla bellezza, forse un momento di distrazione, sbarca in un punto imprecisato tra la partenza e l'arrivo. Dramma a fosche tinte. Il malcapitato squilla, ma a vuoto. Nessuno risponde. Nessuno stacca, prova certa di un rapimento. 
L'angoscia sale, facciamo ogni tentativo e ricerca. Flaminia ripercorre cento volte quella strada, lasciando squillare sperando di sentire il suono o una voce. Niente. 
Mestamente cominciamo a pianificare un nuovo nato. Il week end trascorre così. Tra disperazione e piani economici. 

   

Ma lunedì mattina, ecco che si fa viva la polizia di Lancaster. Qualcuno, ignoto, ha trovato il telefono e l'ha portato da loro. 
Noi, da brave italiane, non avevamo pensato nemmeno lontanamente a questa eventualità. Inglesi, gente dell'altro mondo... 


Kazakhstan, tra Cartoonia e Gotham city




In Kazasthan sono stata in aprile 2011. Non per mia volontà. Inviata. Una esperienza che oggi considero esilarante. Allora, un po' meno. I collegamenti da e per l'Italia sono, diciamo, punitivi. Orari impossibili. Coincidenze fortuite. Così fortuite che il mio bagaglio, perso sulla prima tratta dell'andata è arrivato giusto in tempo per prendere la via del ritorno. E la coincidenza su Francoforte al ritorno l'ho persa. Nessuno si cura dei passeggeri da Astana. 
Il Kazakhstan ha un clima orribile, la più alta escursione termica stagionale del pianeta. Ad aprile l'aria è verde si taglia con il rompighiaccio. Atterrare ad Astana, la capitale, lascia una impressione almeno singolare. La città è un incrocio tra Cartoonia e Gotham city. Subito fuori dall'aeroporto colpiscono alberi, fontane e altri arredi urbani mascherati con cappottini coloratissimi e lucine brillanti sullo sfondo del cielo verde marziano. Solo l'ultimo giorno ho capito che erano vestiti a festa per le elezioni presidenziali. Perché ho visto gli omini scartare gli arredi a voto compiuto. 
Le strade sono larghe, spazzate a modino, lisce. Peccato che intorno non ci sia assolutamente nulla. O meglio, ci sono edifici creati dalle maggiori archistar mondiali, ma sentinelle qua e là, in mezzo al nulla, oppure a capannelli: centro commerciale, stadio, parco. Le opere sono monumentali, di un cattivo gusto sfarzoso e inarrivabile per le normali menti umane. Entrare, per esempio, in un centro commerciale provoca grande tristezza. Tutti i negozi sono aperti. I ristoranti fumano. Le scale mobili salgono e scendono. Ma dentro non c'è nessuno. I Kazachi sono troppo poveri per frequentare posti così. E per i turisti (turisti in Kazakhstan???) è impossibile fare acquisti, visto che nessuno accetta carte di credito o moneta diversa da quella locale. Non sono previsti cambiavalute. Peccato. Il nostro 'interprete', figura inquietante posta a nostra ombra, ha dovuto offrirci il pranzo dopo aver sbattuto su innumerevoli porte,  telematiche e non, determinatamente chiuse perfino a chi parla la lingua.


Io, senza vestiti di ricambio, ho setacciato negozi ostili e fuori mercato per decidere alla fine di lavare la sera, stendere sul termosifone e reindossare la mattina seguente. Di contro, i negozi per i locali sembrano tutti chiusi. Le vetrine non esistono. O meglio, sono foderate di cartone o stoffa. Un tentativo, forse, di isolare termica mente botteghe piene di spifferi. Ma l'impatto è quello di botteghe fallite e in disuso. L'atmosfera generale dimentica la cordialità. Sorrisi non se ne incontrano. Curiosità nemmeno.D'altra parte, questi poveri sudditi di Nazarbaiev oggettivamente hanno ben poco da rallegrarsi. Sono poveri, perché tutto il ben di dio che esce dal loro sottosuolo si disperde altrove. Più verso l'alto, direi. Libertà nemmeno a parlarne. Fondamentalmente sono furiosi. Ma non lo dicono.


   
La mia è stata una visita ufficiale. Così l'interprete sempre alle calcagna e i funzionari del ministero degli Esteri locale vigili e pronti a far evaporare ogni richiesta. Per esempio, un colloquio, intervista, due chiacchiere, una battuta, con la moglie di Nazarbaiev. All'uscita dal voto era a due metri da me. Altera, scolpita nel ghiaccio, abiti da stipendio medio di un anno, seguita da codazzo di segretari e collaboratori. Io l'ho fermata. Era così sorpresa che avessi osato rivolgerle la parola che mi ha anche risposto, rimandandomi però alla sua segretaria personale. Sono tutti impalliditi per la mia temerarietà. Il funzionario del ministero degli Esteri credo abbia pensato al suicidio. Sta di fatto che per tre giorni ho arrancato dietro a quella promessa, ma invano. Si era eretto un muro quasi visibile di 'più tardi, domani, forse'. Ho rimbalzato su questa gomma, diventata così impenetrabile che sono tornata in Italia con le pive nel sacco. Zarina elegantissima ma sempre un pelo fuori portata.  
In compenso un giorno ci hanno portato ad assaporare la steppa. Che è terribilmente solitaria. Chilometri e chilometri in mezzo al nulla, niente vegetazione, un giallo macchiato di neve, qualche agglomerato non direi urbano e nemmeno umano, casette di legno con gli spifferi a vista che uno si chiede come possa sopravvivere chi sta li dentro d'inverno o d'estate. O sempre. Arrivati al seggio di paese, scelto per ostentare libertà di voto, siamo accolti da una specie di banda in costume tradizionale. Tanto perché non c'era nulla di preparato... C'è un palco dove si avvicendano oscuri ma fecondi oratori, nell'anticamera del seggio trovano posto alcune sorprendenti bancarelle di cibo. 
Le operazioni di voto sono regolari, lo certificano anche gli inviati internazionali, sebbene non possano sorvolare sul fatto che i candidati 'concorrenti' non siano proprio vigorosi. Nessuno sospetterebbe mai che sono fantocci, se non che uno di loro dichiara pubblicamente che tutta la sua famiglia voterà Nazarbaiev e forse anche lui... Ops... Potenza del carisma. Senza contare che le urne sono trasparenti, un plexiglas che nulla lascia all'immaginazione... Immancabile, al seggio dove vota Nazarbaiev, la vecchietta-icona, in veste tradizionale, madre, moglie, lavoratrice, (analfabeta) esempio del popolo, alla quale il dio sceso in terra offre con grazia la mano e il sorrido a beneficio dei flash. 

   
Come sia, il giorno delle elezioni ha altri elementi da festa di paese. Ci portano, noi e le nostre ombre locali, a pranzo in un terrificante ristorante con i notabili del luogo. Scorre alcol almeno a 90 gradi, non direi distillato di qualità, ma certo di grande effetto (non per forza positivo) su umore e comportamenti. Canti e balli interrompono il banchetto farcito di mille portate più o meno simili. Almeno per il mio palato. Momento clou, l'arrivo di una testa di agnello al forno al quale il capopopolo rosso e più rosso cava gli occhi con un cucchiaio e me ne offre uno. Insisto nel rifiutare, costi quel che costi in termini di galateo, diplomazia e quant'altro. 
Le giornate di concludono in albergo, dallo sconcertante ma assai appropriato nome di Hotel Esil. Un gaio monumento al socialismo reale, con corridoi larghi cinque metri e stanze minuscole. Moquette polverosa arabescata ovunque. Impiegati gentilissimi, ma totalmente inefficienti. Colazione di plastica. Abbandono Cartoonia-Gotham city con un comodo volo che parte alle tre di notte. Senza rancore e senza rimpianto. 
   

Grazie a Federica Iannetti per il contributo foto. Anche lei una volta inviata in Kazakhstan. Le mie erano su un telefono che non ho più. 

venerdì 26 settembre 2014

Viaggiare con i piedi


    Efland, North Carolina, 

Lucidare gli occhi e arrotare la penna. Pilastri di ogni viaggio. Negli ultimi anni, ho aggiunto il jogging per ottenere  punti di vista. Ormai ho una discreta collezione di scoperte fatte con i piedi nelle scarpe da ginnastica. Micro realtà e atmosfere più che altro. Luci e risvegli, visto che io corro di mattina e pure presto perché poi fa troppo caldo. 
Così ricordo il lungomare di Tel Aviv con le ombre sui lettini e gli ombrelloni, il bagno nel Mar Morto reso possibile a dicembre solo per aver accumulato il calore di qualche chilometro. 

   
    Tel Aviv 

Primo esperimento 'fuori sede' ricordo ė stato Rio de Janeiro. Diciamo che correre sul lungomare di Copacabana, no, non potevo saltarlo. I marciapiedi larghissimi con i disegni, la spiaggia, l'oceano. Insomma, non sono esperienze da mancare. Anche se l'ambasciatore italiano mi aveva terrorizzato con la sicurezza, quindi mi sono limitata a consumare numero x volte lo stesso tratto davanti all'hotel. Stessa storia, anche peggio, con San Paolo. Ma almeno l'ho fatto. Meglio a Curitiba, dove la sorveglianza diplomatica si era un po' allentata. 
Le corse in Costarica sono state abbastanza limitate, confesso. Dopo le fatiche del Parco di Barra Honda, non restava molta voglia di  altro esercizio fisico. L'istinto di sopravvivenza chiedeva solo cibo extra, altro che correre. E l'umidità della stagione delle piogge non incoraggiava performance. Comunque, a Barra Honda un paio di volte sono andata fino al villaggio di Santa Ana, pochi chilometri, guardata con occhi esterrefatti dai locali che alla fine mi salutavano come una specie di 'loca' (il correttore suggerisce l'oca, che abbia ragione?). Una corsa un po' 'per forza' l'ho fatta sul lato caraibico, a Puerto Vieho, forse il posto al mondo che mi è rimasto più nel cuore. 

   
   Puerto Vieho

Nelle isole greche dove sono stata negli ultimi anni, sono andata di corsa ovunque. Molti lungomare fino ai loro estremi. Occasioni per intercettare i ristorantini meno in vetrina e spiagge meno in voga. Ma anche corse interne, tra mucche e asini, o verso le cime per vedere il mare più blu. Piacevole incrociare pochi altri turisti con lo stesso hobby, il cenno e il sorriso complice. Allegro scambiare saluti per lo più con allibiti vecchietti locali sulle loro soglie. Piccola lista autocelebrativa: Creta, Paros, Koufonissi, Naxos, Tylos, Kos. 

    
Paros 

Grandi corse le ho fatte in North Carolina, ospite della mia amica Diane, che, tanti anni fa ormai, mi aveva iniziato al jogging. Indimenticabili le mie resistenze iniziali. E i primi passi con le Superga, caso mai il jogging fosse stato un capriccio passeggero,  come ero intimamente convinta sarebbe stato. Da Thunder Mt road sono partita di corsa tante volte. Unici incontri per le vie, molte mucche e qualche cavallo, verde. 
Lascio questo post volutamente incompiuto. 
Ci sono un sacco di posti che voglio raggiungere di corsa nel futuro! 

lunedì 22 settembre 2014

Partenone, fascino immortale





C'è poco da dire di nuovo su Atene, certo. Però c'è da condividere questa vista meravigliosa. 
Siamo arrivate al Pireo la sera molto tardi. Taxi verso l'hotel trovato con booking.com, ormai il nostro faro. Quello che booking.com non dice è che la zona è malfamata. Ci pensa il taxi driver che, arrivati nei pressi, chiude  finestrini e portiere e ci ragguaglia con sintetici hashtag: 'hotel good, street no, danger, carefull, pakistan, stranger, northafrica'. Concetto chiarissimo. Mima di tenere i nostri averi il più stretto possibile. Ci scarica e parte a razzo. Vabbe'. 
Come predetto l'hotel è garbato e niente altro. Ma la vista dal terrazzo della stanza toglie il fiato e riempie di una felicità assurda. Sono stata mezz'ora a contemplare il Partenone illuminato a giallo caldo. Stamattina  l'ho voluto rivedere appena sveglio, ancora con le luci accese ma colorato anche dall'alba. Alle sette si spengono i faretti.  Ecco il trittico. Sarà sempre il vecchio (vecchissimo) Partenone, ma formidabile! 


    

domenica 21 settembre 2014

Paros, il bianco&blu per legge

   




Paros è bella sapendo di esserlo. Dunque non si incomoda troppo per piacere. Piuttosto, dà per scontata l'ammirazione e talvolta se ne approfitta. 
Bianca e blu, pulita, mare da sogni, niente scempi architettonici. Una ricetta vincente insaporita con i mulini a vento che sbucano nello skyline (il più bello è quello dove si prende l'aperitivo sul tramonto) e da manciate di faraglioni buttati lì un po' alla rinfusa. Tutto bellissimo, e settembre è magico, spolvera tutto di fine stagione. L'isola é stanca di turisti, affari, guadagni all'ultimo centesimo. Così ora illanguidisce: sconta, offre, sciupa tempo in chiacchiere. Insomma, si rimette lentamente i vestiti greci. 

    
   
Alcuni hanno già cominciato i lavori per ridipingere l'isola di bianco e blu. Il marchio di fascino è tutelato dalla legge, che dal 1974 vieta edifici di altri colori. Una disposizione che ha una ragione storica e una climatica. 

    
La prima risale alla occupazione ottomana lunga 400 anni: le case bianche e blu segnavano silenziosamente la ribellione all'invasore e l'amore di patria. Non per caso poi il bianco e il blu sono diventati i colori della bandiera greca e rappresentano la libertà. 

   
Il blu è il colore del mare, e il blu è anche un colore fortunato, che allontana il male, dicono qui. E il bianco simboleggia la libertà. Quindi, orgoglio di patria. 
Ma bianco e blu anche come pratico antidoto al caldo eccessivo dell'estate. Le case in Grecia sono ricoperte da uno strato di intonaco, realizzato in pietra di carbonato di calcio o calce. Ora, il carbonato di calcio, leggo, è molto luminoso, così luminoso che sotto il sole greco in estate piena la luce abbacina e batte in testa. Così la gente aggiunge un po' di colore blu alla calce bianca per spezzare la luminosità. Blu come il mare, allora. E per evitare 'sbalzi creativi', questi colori sono stati codificati per legge. Con grande giovamento per l'armonia generale. 

   
Abbiamo scorrazzato per Paros con un motorino. Abbiamo cominciato bene:  il benzinaio ha riempito Flaminia  di complimenti e nel frattempo ci ha riempito il serbatoio con metà della benzina pagata. Pochi chilometri e ho visto la lancetta sconsolatamente giù. Inutile tornare a protestare, no? Dunque, ci siamo avventurate con ben chiara la posizione di un'altra stazione. Una occasione per visitare la Grecia interna e rurale, fatta di sterrati sassosi e ruvidi, contornati da orticelli e muretti a secco, con pendenze inaspettate e perentorie in su o in giù, apparentemente senza criterio. Motorini di carattere modificato e pieni di esperienza superano tuttavia ogni sorpresa e capriccio naturale e umano. Ci siamo molto divertite a perderci tra questi tratturi (non saprei come altro definirli), il mare come riferimento per evitare che il pericoloso senso dell'orientamento prendesse iniziative spericolate. Alla stazione di servizio successiva ho ubriacato lo scooter che, sopraffatto, il giorno dopo ha pensato di lasciar morire la batteria. Per fortuna su una spiaggia abbastanza a portata dì mano. Così l'omino ci è venuto a recuperare e ci ha dato un sostituto più nuovo e potente. Non tutti i mali vengono per nuocere... 
Discorso a parte, i ristoranti. Il lungomare, come in ogni dove, è disseminato di tavolini quasi con i piedi nell'acqua. Posti in serie, senza fascino nè personalità. Cambia il nome, resta la sostanza senza infamia e senza lode, con quel pizzico di infamia che non fa desiderare il bis. E poi abbiamo scoperto tre posticini diversi. Ora, stavo scrivendo doc, ma forse è troppo. Uno gestito da una coppia, greco lui, olandese fiamminga lei. Youradico, si chiama il posto. Che sarebbe lo spiedo dove girano le varie carni da tagliare con lo speciale frullino per fare i kebab. Qui troviamo il mix di cordialità, buon cibo e prezzi bassi cui tutti aspirano. E infatti ci facciamo adottare. L'altro il ristorante considerato migliore dell'isola Boudaraki (presenta la Lonely planet). Alla prova risulta ottimo ed economico. E infine il Port café, dove abbiamo fatto tappa ogni mattina per un caffè prima di correre e per la colazione dopo la 'performance'. Dopo un paio di giorni eravamo migliori amici, la signora ci portava i ciambelloni fatti in casa e ha chiesto l'amicizia su Fb. 
Le passeggiate tra i vicoli stretti di Parikia e Naoussa sono, ahimè, un logorio per il portafogli. Buganville e scorci pittoreschi, infatti, nascondono  insidie e tentazioni, fatte soprattutto di piccoli (o grandi) gioielli, argento o oro rosa, chiamano insistenti e se ascolti il loro canto senza legarti all'albero maestro sei perduto. Omero sapeva già, non era mica  il primo venuto... 
Dopo una settimana lasciamo Paros contente della visita.Tutti ci hanno augurato 'buon inverno'.  Salendo sul traghetto, il tempo ci ha offerto il primo brividino di freddo. 

   

sabato 20 settembre 2014

La valle delle farfalle in mezzo ai monti



Arrampicata in cima a un monte c'è una valle. Evvabbe', si, si può fare. Sembra un controsenso. Ma sembra solo. Visto che a Paros tale peculiarità esiste davvero. Tra Parikia e Aliki, a mezza strada più o meno, ci si arrampica sul monte a sinistra, brullo assai, e dopo un po' di zig zag, superato un monastero tutto bianco, parecchie buche fonde e sassi aguzzi e dispettosi, ecco la Valle delle farfalle. Che, poi a dirla davvero tutta, non sono proprio farfalle, ma falene. E sono parecchio permalose e suscettibili, visto che in loro presenza non si può fare nulla proprio nulla o si offendono e, pare, potrebbero decidere  di estinguersi, con conseguenze inestimabili (in senso catastrofico) per l'umanità. Tanto per dire. 


Qui te la raccontano così. E se si pensa alla storia del battito di farfalla che ha cambiato la storia della terra, o addirittura dell'universo... You never know... Quindi: non fischiare, non battere le mani, non scuotere gli alberi. Niente. Ci si può soltanto aggirare per una decina di minuti in questo giardino, dove effettivamente, le farfalle-falene sono moltissime e basta solo camminare felpati per farle alzare in volo a frotte. 

Qui ne ho beccata una sola però 

Quando sono a riposo, le panaxia quadripunctuaria sembrano foglie marroni con venature bianco-gialle e disegnano sulle foglie verdi. Ad ali spiegate sono rosse e marroni. Simpatiche, alla fine. E vivono solo da giugno a settembre. Il resto dell'anno lo impegnano a riprodursi e crescere. 

mercoledì 17 settembre 2014

Formula Antiparos, bus-traghetto-scooter

I


Poiché abbiamo scelto di passare questa vacanza a Paros, ovvio che il primo giorno la abbandoniamo in favore di Antiparos. Per carità, un tradimento solo di un paio di giorni, il solito istinto di vedere un po' più avanti. 
Raggiungere questa dependance di Paros richiede la trafila classica . Ovvero bus di linea fino a Punta e traghettino di 5 minuti, che trasporta ormai pochi turisti e un emporio di necessità quotidiane. In tutto meno di mezz'ora.

   
 
Arrivati di là, inevitabile il motorino. Un investimeno da dieci euro per l'intera giornata, compresi i caschi. Piena di bonomia ho messo tre euro di benzina che ci hanno scorrazzato tutto il giorno in tutte le spiagge dell'isola. Un'ora qui, due lì, due là.
 
    

 E un piccolo pranzo proprio sulla punta estrema, nella classica taberna con i piedi sull'acqua, la miglior greek salad della stagione. Ci siamo tornate nel secondo giorno ad Antiparos. Il cameriere ci ha accolto come regine. Un pescatore, fisicamente simile a Nettuno, ci ha mandato a tavola una brocca di vino bianco. Un omaggio galante senza fini nascosti, ha alzato il suo bicchiere verso di noi, ma non si è mai avvicinato. Chissà, magari era davvero Nettuno... 
Come sempre io non posso esimermi dal dare da mangiare ai pesci che attaccano il pane  con entusiasmo assai gratificante. Quest'anno poi, miracolo, mi sono imbattuta nel tempo giusto, nella maschera subacquea (che a Roma vive nell'armadio delle scarpe non so perché. Capirei le pinne, per affinità... Ma la maschera? Un'eccentrica ) e quindi passo parecchio in acqua a guardare i pesci e a cercarne di nuovi. L'acquisto della muta ermetica per il telefono, ha schiuso nuovi mondi ancora. 



   
Il copione della giornata greca tipo prevede anche l'indispensabile coda nel paesino bianco e blu con le bouganville di un rosa accecante. E anche arrivare al traghetto di ritorno e vederlo sbuffare appena oltre il molo e trovarsi 'costrette' al baretto-tipo con il suo wifi e la sua birra locale.  E sbarcare al tramonto per scoprire che il prossimo bus arriverà nel mezzo del nulla dopo un'ora. 

    

Per fortuna i taxi greci hanno l'abitudine di caricare più di un cliente e i clienti greci non si formalizzano. Così abbiamo preso al volo l'ultimo e abbiamo avuto l'opportunità di ascoltare per 15 minuti una  serrata conversazione in greco moderno. 

   

martedì 16 settembre 2014

Non di sola greek salad


    
    

Di certo il piatto più conosciuto è la greek salad, ormai universale e nella sua semplicità irripetibile altrove: i pomodori greci sono solo qui e lo speciale mix, non so perché, altrove non funziona. Secondo me, conta anche l'orizzonte come ingrediente. 
Per chi volesse andare oltre le noiose mussaka, gli stufati onnipresenti e le polpette, questa è la mia lista di leccornie greche. 
Il mio piatto preferito, oltre al polpo che ha onore a parte,  restano i dolmades, o dolmadachia nella versione mignon da antipasto. Foglie di vite che avvolgono e racchiudono riso insaporito da carne e spezie, cotte in tegame con un quid di limone. Li preparo anche io in Italia, ma diciamo che mi manca il tocco segreto, quindi, quando sono in Grecia li mangio ogni volta che li trovo e non me ne stanco mai. 
I dolmades hanno alto lignaggio, pare che ce ne sia traccia anche nel fregio del Partenone, dove la dea Hera si ingozza di nascosto. E poi, nell'Antigone di Sofocle, proprio Antigone cerca di attrarre Creonte offrendogli i dolmades. Scartabellando in rete, trovo anche che durante l'assedio di Tebe da parte di Alessandro il Macedone, i cittadini, ormai alla fame, incartassero quel poco riso che avevano nelle foglie di vite o di verza per farlo sembrare di più, agli occhi e allo stomaco. 

    Halloumi e dolmades 


Altro piatto che adoro, scoperta più recente, l'imam. Ovvero una festa di pomodori, cipolle, olive, capperi, depositata nel nido di una mezza melanzana scavata. Un compendio dei sapori vegetali mediterranei, che si sdilinquiscono l'uno con l'altro in abbondante olio (ahimè). Mi raccontava un ristoratore, la prima volta che l'ho mangiato, che il piatto fu creato durante la dominazione ottomana, per un Gran Imam in visita e che ebbe talmente successo che gli rimase il nome appiccicato in ricordo dell'evento. Come spesso accade, l'evento fu spazzato via, il suo monumento gastronomico restò. Altra versione leggendaria vuole che una donna cristiana cucinasse questo piatto durante il ramadan e che l'imam, sentendo il suo profumo meraviglioso, sia svenuto. 


Poi c'è il halloumi. Formaggio di origine cipriota, ha varcato i confini e invaso tutto il paese. Si mangia arrostito, un po' squagliato, con pomodori e pita calda, insaporito con il suo sughetto. Anche qui, origini antiche, nome forse derivato dall'arabo, forse dall'italiano salamoia, forse dal greco antico sale. Insomma, non si sa, ma va bene così. E' squisito e basta. 
Last but not least, tra le specialità indispensabili da conoscere, c'è il saganaki, formaggio fritto ma non unto assai soddisfacente. Il nome sembra giapponese, ma, no, non lo è. 
    

Due note a fondo pagina. La prima riguarda il vino. Il vino di Paros è famoso sin dall'antichità. Chiunque abbia bazzicato studi classici minimi lo sa. Ebbene, posso confermare che il metodo di vinificazione non è cambiato. Il gusto è aspro e arcaico. Il mal di testa, anche con quantità esigue, è assicurato. 
E infine, una avvertenza. Tutte le tabernas greche, per essere tali, devono avere la tovaglia di carta con stampata la mappa delle isola o della regione in cui si trova. Blu, preferibilmente, su campo bianco. Altrimenti non vale. 

Affogare dal ridere


L'idea ci è venuta nutrendo i pesci. Tanti, anche grandi, colorati, curiosi. Volevamo le foto. Quindi, rapida indagine nei negozi locali e abbiamo scoperto l'acqua calda. Ovvero, una custodia impermeabile e touch per il telefono che lo rende subacque. Ma si presenta proprio come le bustine 'salva freschezza' che si vendono al supermercato per i cibi. 
Come sia, la 'cosa' supera il test lavandino, e noi ci addentriamo  in  mare. 


Flaminia scatta le prime foto. Alla cieca perché la maschera l'avevo io. Insomma, per essere un esordio non ci lamentiamo. Io, invece, avendo avuto trascorsi di un pessimo rapporto acqua-devices, alle prime 
non riesco a mandarlo sotto la superficie. Insomma, gli faccio un bel bagno ma con la testa (e dunque la fotocamera) sempre fuori. Inconsapevole e inconscia, direi. Abbiamo riso mezz'ora a vedere il risultato. Ma, che diamine, ci vuole tempo per superare certi shock! 

   


Al tentativo due non va molto meglio. Intanto la camera è sul selfie e vengono alcune inutili foto di m, anzi della mia fronte (con maschera) sempre fuori dall'acqua. Poi nulla di nulla. Però anche Flaminia nel secondo round non scatta. Proviamo parecchie combinazioni. Vicino alla riva. Più a largo. Con pesci. Senza pesci. Con maschera e telefono. Telefono io maschera Flaminia. Niente. Tutte foto senza soggetto. 


Al secondo giorno, nuova spiaggia, la performance migliora notevolmente . Almeno dal punto di vista tecnico. Nel senso che almeno le foto si imprimono. Poi, i soggetti diciamo che sono quantomeno esilaranti. Noi abbiamo riso così tanto e così a lungo che me lo ricorderò per sempre! 



   

domenica 14 settembre 2014

sabato 13 settembre 2014

Traghettare

Ù


Luglio e agosto, grazie, non saprei. Ma i traghetti della Grecia in giugno o settembre hanno un loro fascino indolente. Non dipende dall'orario, non conta partire all'alba, a metà giornata, di notte. Nella loro sostanziale unanimità di linea e filosofia assumono un'aria di famiglia, come ritrovare di volta in volta vecchi amici. Piccole differenze tra l'uno e l'altro non fanno che accentuarne uniformità.
C'è la meraviglia del mare, mai noiosa, mai ripetitiva. Potrei -posso- guardare la scia che lascia il traghetto ore e ore. L'aria sempre tiepida, respirare il sole. 
In questa atmosfera perfino di immancabili bambini agitati non mi suscitano quei sani istinti omicidi, sacrosanti di fronte a urla, capricci e cavalcate intorno, moltiplicati per le ore di traversata. Questi ragazzini, di età variabile tra pochi mesi e cinque anni circa, sono anche loro stereotipi presenti sempre e ovunque. Sospetto che le grandi navi li assumano come figuranti, tanto sono inevitabili e alacri nelle loro parti. 


Nell'insieme però sono rumore di fondo, con il chiacchiericcio svagato e il gorgogliare dei motori. Scandito dagli annunci dell'altoparlante, doppia lingua, greco e inglese, ogni pochi quarti d'ora. 
Isole e isolette sfilano davanti agli occhi. A volte, anzi spesso, si vedono i delfini saltare dentro e fuori dalla scia. Quello che non si sente mai è l'italiano. I libri posati sui bagagli hanno tutte le nazionalità ma l'italiano non è tra queste. 

    


   

Anche l'uscita è codificata: tutti giù al 'piano terra', con borse e valigie. In piedi si aspettano i due portelloni gemelli calare dall’alto e fare da ponte per la terra. 
La prima vista è dei cartelli di studios e alberghetti locali alzati sulla testa dei relativi proprietari. Ti invitano, ti cercano, ti sorridono per ospitarti. Fare la propria scelta, se non se ne ha una precedente, non è facile. Di solito, mi ispiro alla faccia. Va sempre bene.