giovedì 11 settembre 2014

Il mio andare



Cambia la destinazione. Cambia lo spessore del guardaroba. Ma la modalità viaggio è sempre sostanzialmente la stessa. Un rito mentale. Uno stile di vita. La tendenza è portare poco poco. Andare leggeri, e senza rotelle. Mi piace ridurre le cose. Scegliere il peggio del mio guardaroba, vedere sbucare dai cassetti magliette improbabili. Sono pezzetti messi e rimessi ai quali non ho mai il coraggio di dare il colpo di grazia. Devono morire con dignità, per una buona causa, penso io. Così li infilo in valigia, li porto a fare vacanza in un bel posto. E restano lì. Alcuni capetti si sono anche rifatti una  vita, che so, in Madagascar o in Indonesia. Ricordo una signora delle pulizie in Zimbabwe. Ultimo giorno di viaggio, ultime cose da abbandonare. Lei era li e non credeva ai suoi occhi e alla sua fortuna. Mi ha chiesto di scriverle due righe per testimoniare che non aveva rubato. Che proprio io le avevo lasciato un tesoro. Insomma. Certo, questa filosofia ha il suo corollario ameno-imbarazzante. C'è, infatti, che nelle foto appaio quasi sempre vestita abborracciata e non faccio gran bella impressione... Una volta in Turchia ho incontrato un simpatico francese e mia figlia rideva:'adesso, mamma, cosa ti metti? Vedi che è meglio portarsi abbigliamenti decenti?'. Ma io sono andata allegramente in giostra con i miei stracci e via. 


E poi c'è la mia abitudine-mania di arrivare con spropositato anticipo in aeroporto o in stazione. A me piace godermi tutto il tempo, come cominciare l'avventura prima. Senza il batticuore di perdere il viaggio prima di iniziarlo. I miei compagni di scorribande, quando ne ho, a cominciare da Flaminia, mi prendono in giro. Ma io mai mi sono annoiata nelle attese. E quando viaggio da sola, assaporo ogni minuto e sorrido in pace. Il tempo è finalmente per forza mio. 
Lo stesso concetto che mi spinge a programmare il meno possibile. Tutte le strade devono rimanere percorribili fino all'ultimo, in modo da scegliere la più congeniale del momento. E poi, quest'anno, con le prenotazioni last second, un sacco di volte sono riuscita a combinare minimo prezzo, massimo lusso. Basta avere nervi saldi e i risultati sono gratificanti. 


Un pilastro del viaggio, invece, è crollato negli anni. La sacca dei libri non c'è (quasi) più. Certo, partire senza nemmeno un volume non mi riesce ancora. Sto provando a smettere, ma ho solo ridotto. L'ipad e il kindle hanno innegabili vantaggi e smisurate opzioni, sarebbe stupido non convenire. E approfitto della flessibilità. Ma non mi sono disintossicata  dalle pagine da sfrusciare. Non credo nemmeno di volerlo. 


A pensarci bene, c'è un elemento ulteriore che ha modificato l'approccio dell'andare nel tempo, la tecnologia. Scrivere e fotografare mi hanno accompagnata sempre. Ora però l'immediatezza ha fatto si che l'occhio abbia cambiato linguaggio. E non c'è niente da obiettare. Il viaggio si arricchisce di racconto immediato. Ho sempre tenuto diari, mai più li ho riletti. Questo blog, invece, mi fa compagnia quando sono incatenata e fa compagnia a chi mi vuole bene se sono in qualche altrove. 
Così, ecco la formula magica: valigetta snella, destinata a diventare magra a fine viaggio, pochi libri, possibilità di connessione alla rete almeno un po', tempo ostaggio dei miei capricci, vie che si dipanano e sgomitano per essere scelte. 

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