venerdì 5 settembre 2014

La quarantaseiesima estate




E'la quarantaseiesima estate che passiamo in questa casa di campagna. Magari solo un giorno, oppure tutto agosto, un week end o il pendolarismo con Roma, prima per i bambini, poi per i genitori. 46 anni a spizzichi e bocconi, una quarantina di natali, a spanne. Qualche volta abbiamo disertato per cause di forza maggiore. Direi che questa è davvero la casa della famiglia. Dove ci ritroviamo e passiamo tutti insieme del tempo che non sia un'oretta frettolosa. 



Questa casa e il suo giardino li associo soprattutto a mio padre, che qui diventava un'altra persona. Il suo entusiasmo, di solito assorbito dalla medicina e dalle beghe universitarie, d'estate si dedicava a mille altre cose. Appena arrivato a Poggio Catino, papá comprava un prosciutto intero, lo sistemava nel porta prosciutto e lo apriva. Rito serale era tagliarne innumerevoli fette per tutti. L'aperitivo, qui, si faceva molto prima dell'era degli aperitivi ormai universali. Arrivavano i cugini e, più raramente, gli zii, vino e birra non si scaldavano mai, si finiva per cenare, o non cenare, molto tardi. Così il prosciutto diventava simbolo di porte aperte e di socialità familiare.
Certi giorni, sempre random, erano dedicati al barbecue. A un certo punto, papà aveva 'l'ispirazione'. E si partiva con il progetto, che si snodava per decisione su cosa cuocere e come, acquisto della carne prescelta, marinatura e cottura. Primo step le bruschette. Indispensabile l'aglio. E poco dopo aglio demonizzato. Stessa sorte 'carsica' per il successo del basilico. Meglio la bruschetta con la salsiccia spalmata sopra e cotta su entrambi i lati, un must che non ha conosciuto declino. C'è stata la fase del pollo arrosto. Era tutto uno sfaccendare per mettere il pollo nello spiedo e poi far funzionare il marchingegno che lo faceva girare sopra la brace. Papá era fissato che il pollo bisognasse mangiarlo freddo e quindi cominciava verso le 9 del mattino. Immancabilmente il girarrosto recalcitrava e metteva i bastoni tra le ruote e si creavano tragedie di proporzioni epiche. Avvicinarsi al barbecue, che a me piaceva molto, è arrivato molto dopo. Ogni volta che provavo a cimentarmi, sentivo le critiche sulla nuca... 


A Poggio le giornate non hanno mai avuto peso specifico. Vanno senza andare. Insieme al prosciutto, si montava il ping pong. Tutti noi siamo piuttosto forti proprio in virtù dell'allenamento degno di un campione cinese al quale ci sottoponevamo qui. Che poi, la graduatoria era sempre più o meno la stessa. E ciascuno sapeva benissimo la tecnica di gioco degli altri. Ancora oggi, se vedo un tavolo o sento giocare, mi fa da calamita. C'è stata anche stagione del tennis. Papà andava a giocare e faceva tornei. Per un periodo anche i ragazzi sono andati, ma l'insipienza locale ha seppellito campo e velleità sotto cumuli di incuria.  
Le lunghe vacanze d'agosto venivano immancabilmente visitate da grappoli di gatti. Venivano a squadre. C'è stato il periodo in cui erano tutti gatti neri. Poi tutti grigi. Poi rossi. Della stirpe dei rossi una è riuscita a scalfire la mia 'caninitá' e si è fatta adottare contro ogni previsione. Anche la spinona Blu era contrarissima. Sono passati 11 anni ed è ancora con me. E pensare che avevo detto a Flaminia 'questa si chiama Ciao perché quando finisce il week end la salutiamo'. Il nome è rimasto. E lei pure. Ma Ciao è d'eccezione. Gli altri difficilmente si avvicinavano a portata d'uomo, mai entravano in casa. Se ne stavano appena fuori tiro, gironzolando e catturando tutto il commestibile. Magri ai primi del mese, ben provvisti alla fine. Un piccolo viatico per l'inverno. 


Da ragazzini avevamo fatto amicizia con altri delle ville vicino. Eravamo una banda instancabile. Abbiamo perlustrato i monti e i ruscelli. Partivamo antichi, senza cellulari, ma con bussola e panini, l'acqua alle fonti, e compivamo imprese epiche di tutto il giorno, senza che nessuno minimamente si preoccupasse di dove eravamo finiti. La libertà in essenza. Con un paio di quei (ex) ragazzi sono rimasta amica, anche se a singhiozzo. Di altri ho nostalgia senza sapere dove pescarli.
E poi c'è stata la stagione dei bambini. Flaminia è andata a Poggio a meno di un mese. Il primo anno ci siamo fermate tutta l'estate, faticosissime prove di rapporto madre totalmente inesperta e priva di consigli e figlia con coliche. Solo Stefano riusciva a farla addormentare passeggiando ore e ore tra giardino e corridoi. Cantava con pazienza alienante (e alienata, penso io) due ninnananna standard di sua composizione che avrebbero stordito perfino un leone iper cinetico. Anche i bambini, appena raggiunta l'altezza minima sono stati cooptati nel ping pong e hanno raggiunto lo standard familiare.
La fine delle vacanze era decretata dal primo temporalone, puntiglioso nel farci visita durante l'ultima settimana di agosto. Lo ha fatto anche quest'anno. L'aria rinfresca, la luce della sera prende di fuliggine troppo presto, si smobilita mentalmente e subito dopo con armi e bagagli. Salvo annate propizie ai week end, finita la stagione in cui papà e mamma si rintanavano ogni settimana, famiglia è poi 'convocata senza eccezione alcuna' sotto l'albero di Natale. 



Quando eravamo ragazzi, i nostri genitori ogni anno trascorrevano l'autunno a inventare nuove scenografie per Natale. Roba elaborata, mica da ridere. Una volta il trenino di quando eravamo piccoli, un paesaggiO di alcuni metri quadri con treni e scambi di nuovo in vigore. Un'altra il meccano di papà. Il pupazzo di neve grandezza naturale l'anno che nevicò. Riti e tradizioni parecchio contromano, i nostri. Niente cenone, solo un tavolo decorato pieno di cose buone. Uno scandalo gastronomico che permette a tutti noi di godere della atmosfera generale, assaporare i regali, sempre troppi, senza sfiancarsi in cucina e a ciascuno di viziarsi con cibi divertenti e buone bottiglie. Sarà il pranzo del 25 a recuperare le calorie rimaste magre e dispiaciute. Quando i nostri figli erano piccoli, una sera andavamo sempre in paese dove veniva allestito una specie di presepe vivente. Catino è tutto in salita, vicoli stretti, fatti per uomini e somari. Impensabile anche solo un motorino. Così si andava fino alla torre longobarda, passando per il fontanile, la vecchia chiesa, il forno. Ogni tappa era una storia imbandita dagli abitanti in costume medievale o giù di li. Ai ragazzini una castagna, una bruschetta, uno spiedino. Cose di paese che restano in cuore. 
Anche quest'anno abbiamo chiuso la casa alla fine di agosto. Anche quest'anno c'è stato il temporale inevitabile, così come le serate tra fratelli e cugini con tutti i corrispettivi nuovi nati davanti al barbecue. Era la quarantaseiesima. 



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