sabato 29 novembre 2014

Norman Rockwell


 

Un appuntamento più breve del previsto e mi sono trovata in via del Corso davanti a palazzo Sciarra. I grandi manifesti colorati appesi sulla facciata mettevano allegria, soggetti senza impegno, per strappare un sorriso. Di Norman Rockwell, confesso, non sapevo nulla di nulla. Così sono entrata per imparare chi era questo disegnatore americano del '900, illustratore -ho appreso- di 323 copertine del 'Saturday evening post' e del più impegnato 'Look', dopo. 
La mostra rispetta lo stile dell'uomo. Niente tromboni autoriferiti. La voce narrante del percorso è del figlio, che mescola notizie a ricordi e disegna suo padre con le parole. Dopo l'algido tributo di Robert De Niro nel suo documentario, questa relazione appare più dolce e normale. Padre assente-presente, d'epoca, direi,  sempre a casa, ma nello studio, Rockwell viveva comunque in un mondo di ragazzi, che spesso usava come modelli per le sue illustrazioni. Immerso nel sogno e nell'ottimismo americano del secolo scorso, se ne nutre a piene mani e assolve il suo compito di distribuirlo in giro. 
Il figlio racconta aneddoti così tipici di quell'epoca da sembrare finti. E poi, però, ti accorgi che quest'uomo infiltrava le sue tavole leggere  di temi civili di piombo. Con i suoi occhiali, rosa quanto si vuole, Rockwell ha visto e condannato il razzismo e la guerra, l'antisemitismo, la povertà, il Vietnam. C'è un quadro, per me bellissimo, l'ho scelto per copertina perché mi ispira. Questa  bambina afroamericana vestita di bianco, viene scortata a scuola dalla polizia e insultata dai bianchi favorevoli alla segregazione razziale. I bianchi non si vedono, si intuiscono da un pomodoro rosso spiaccicato a distanza di mira sbagliata dalla bambina. Lei cammina a testa alta, ha i suoi libri, va. E' la prima afroamericana a frequentare una scuola bianca. Starà tutto l'anno da sola perché i bianchi non mandarono a scuola i loro figli per non contaminarli. C'è  tutto in quel quadro, la storia delle diversità, la storia delle donne spesso in salita, la storia del cambiare la storia con piccole faticosissime battaglie personali. 
Sono uscita sorridente. Per la conferma che si possono dire cose serissime senza gridare e senza per forza essere amari.  

venerdì 28 novembre 2014

Anelletti superstar


    


Tutto comincia con la foto del timballo di anelletti postata su Fb. Che è questa qui. Gli anelletti sono un piatto tipico siciliano, diciamo più palermitano e la preparazione richiede il tempo e la pazienza di epoche andate. Cose di altri mondi, insomma .... Comunque, a me piace cucinare e questo piatto è un po' un mio cavallo di battaglia. Poiché parecchie persone si sono mostrate interessate e la gelosia gastronomica non mi appartiene, condivido la ricetta con chi la vuole. 
A Roma gli anelletti si comprano fondamentalmente da Castroni. Anche L'arte del pane a via Merulana li aveva, ora non saprei. Ora mi suggeriscono anche Eataly e i negozi di Libera. Il che allarga un bel po' il raggio delle possibilità. 

Quello che serve per mezzo kilo di anelletti, diciamo 6 persone
500 gr di carne macinata, manzo e maiale, una salsiccia sbriciolata se vi va. Questa carne va cotta e rosolata in padella con olio e burro e lasciata da parte.
500 gr di piselli piccolissimi da cuocere in un tegame con un po' di cipolla 
100 gr di prosciutto cotto affettato e poi ancora tagliato a pezzettini
100 gr di formaggio, provola o primo sale o mozzarella o quello che vi piace, tagliato a dadini 
Tre lattine di polpa di pomodoro e una bottiglia di passata con le quali fare un sugo molto abbondante. Un pizzico di zucchero, come molti sanno, addolcisce la salsa e male non ci sta, a meno che non si abbiano i pomodori di agosto
Parmigiano, diciamo un po' a occhio 

Quando tutti gli ingredienti sono pronti, si prende un contenitore da forno alto, si imburra pesantemente, poi si mette in pangrattato. Questa specie di crosticina deve essere ricca e uniforme. 

   
    Questa è quella che uso io 

Nel frattempo si fanno cuocere gli anelletti. Attenzione, però, vanno scolati non al dente, di più. Fanno giusto un salto dell'acqua bollente, perché poi staranno in forno un'oretta e il rischio è trovarsi delle ruote da camion mollicce... Quindi, coraggio, scolate in un tempo 'contro natura'. 
Raffreddare gli anelletti sotto l'acqua e poi condirli con il sugo preparato e il parmigiano. Il sugo deve essere abbondantissimo altrimenti con il forno rinseccoliscono. 
A questo punto si copre il fondo della pirofila con un po' di anelletti e si va sulle pareti. Si deve costruire una specie di scatola per il ripieno. Dopo gli anelletti va la carne, poi i piselli mescolati al prosciutto cotto, poi il formaggio. Di nuovo piselli e di nuovo carne. Man mano che si sale con il ripieno salgono le pareti di anelletti. Ogni strato va pressato con decisione, in modo che il tutto risulti ben compatto. 
La scatola si chiude con un altro strato spesso di anelletti, un velo di sugo ancora, pangrattato misto a parmigiano. 
In forno un'ora, all'incirca, ma insomma, l'occhio è sempre il miglior giudice. 

Questa è la mia ricetta. Le varianti poi si costruiscono in ogni famiglia. Alcuni foderano il timballo con le melanzane fritte, per  esempio, altri aggiungono uova sode. Insomma, la scatola può contenere tutti i tesori che vi piacciono. 

lunedì 24 novembre 2014

La ceretta alle idee


Ecco, spero che queste riflessioni non suonino troppo come “quando andavo a cercare l'oro nel Klondike ...”. Ovvero inutili nostalgie di tempi andati. Ma, quando andavamo in piazza noi, Berlusconi metteva i primi mattoni a Milano2 e le donne in politica muovevano passi rari e solitari. Erano poche ai vertici. Nilde Iotti, Tina Anselmi, Maria Eletta Martini. Poche e ottime. Donne rigorose, preparatissime, arrivate in 'quota se stesse' e fiere. La stessa Silvia Costa, con la sua rivoluzionaria campagna per la Dc alla fine degli anni '80, era bella ma anche preparata e grintosa. Nessuno, di loro, poteva dire 'è mia'. Insomma, c'era un preciso background che accomunava queste storie politiche femminili. Testa alta. 
E poi c'eravamo noi, le ragazze che scendevano in piazza per affermare noi stesse, cresciute con l'idea che maschi e femmine fossero uguali, e indignate nello scoprire che non era così. Angeli del ciclostile, dicevano maschi anche di sinistra. Angeli un corno, rispondevano le ragazze, ancora indaffarate però a costruire le fondamenta della parità. 
Facevamo l'amore senza matrimonio, e ci beccavamo le grandi riprovazioni. Prendevamo le prime pillole anticoncezionali, inconsapevoli che quei dosaggi ormonali erano più tarati per mucche che per giovani donne. Nel mondo del lavoro ci affacciavamo stupite dell'arroganza maschile. Le mimose erano una cosa seria, non un mercato a larga scala e tutte sapevamo perché l'8 marzo. Sceglievamo se depilarci, se truccarci, come vestirci, sceglievamo di non scannarci per la mela di Paride. Di certo non usavamo tra noi l'aspetto fisico come metro di giudizio, non scambiavamo l'abito per il monaco e tantomeno lo brandivamo come arma di denigrazione politica, soprattutto verso le altre. Le amiche, quando facevamo politica noi, le sceglievamo per affinità culturale, non in base alla forma delle unghie. Dietro agli striscioni degli anni '80 c'erano idee, speranza, entusiasmo, intrepida sicurezza che il mondo con noi sarebbe cambiato. 
Tutti i giovani, le giovani, sono così? 
No. Perché ai giovani così oggi è stato tagliato il futuro. Chi oggi sfugge al trucco e parrucco in favore di testa e cuore -e di donne così, giovani, belle preparate e ironiche, ne conosco parecchie- è in serie B e ci resta. Opportunismo, carrierismo, disinvoltura ci sono sempre stati. Ma accanto a queste corsie preferenziali inevitabili, la strada si poteva fare anche guidando la propria morale normale. Un po' più di curve, salite più ripide, discese a perdifiato. Epperò. Di base, tutte lo sapevano, anche chi prendeva auto altrui, quale era il percorso a spalle dritte. 
Il peggior lascito dell'ultimo ventennio, invece, è lo stravolgimento del giusto. L'aver spostato i confini dell'accettabile sempre più profondamente nell'inaccettabile. E aver definitivamente confuso il fare bella figura con l'essere una bella persona. Una pioggia di like e retweet al posto di studio e cultura. E io credo che cerette per strappare le idee ne siano state fatte troppe. Ormai non ricrescono più, pare. E non è una bella storia.
Ah, dimenticavo. Le donne, oggi come oggi, vanno anche nello spazio. E per sei mesi di cerette e parrucchieri mi pare che non se ne parli. Forse per questo, Cristoforetti è meno brava?





martedì 18 novembre 2014

Pomeriggio al cinema con Robert De Niro




Ieri ho passato il pomeriggio al cinema con Robert De Niro. Quello vero, non il personaggio a una dimensione di qualche film. Una cosetta organizzata all'ultimo minuto. Il mio amico Massimo mi fa 'vieni al Maxxi? C'è anche Robert...'. Impossibile astenersi. Lui però non mi ha notato. Deve essere stato perché non avevo i tacchi... 
Era a Roma, Robert, per presentare il documentario su suo padre, Robert De Niro senior, pittore di talento, ma in vita poco apprezzato per carattere contromano e nessuna voglia di socializzare con galleristi e 'giusti da carriera'. 
Dunque, il 'nostro' Robert si porta appresso parecchi sensi di colpa. Per essere diventato così famoso che suo padre non se lo sarebbe mai nemmeno sognato e lo aveva desiderato così forte. Per averlo sostanzialmente lasciato morire, senza insistere che si curasse. Racconta lui, queste cose, e si lascia scappare l'occhio umido. "Avrei dovuto sostenerlo di più ”, si mortifica in pubblico. E istintivamente mi chiedo se sia il grande attore o il figlio dolente a lacrimare. Perché le lacrime, in un documentario, ci stanno solo se ce le vuoi lasciare, no?
Il doc è interessante comunque. I due Robert a confronto. L'attore  imbandisce i talenti del pittore, ma nessuna conversazione, nessun ricordo davvero personale. Un atelier lasciato a santuario per "figli e nipoti". Ma lui ci va? 
E poi l'esilarante contatto con il cosiddetto pubblico. Robert schiva l'unica domanda interessante, sulla procreazione assistita. E pure quelle più stupide le rimpalla con secchiate di luoghi comuni. Certo, cosa dire a chi occupa il tempo di tutti i presenti chiedendo a De Niro come si diventa attori? Il rogo non è punizione sufficiente. E la ragazzina che vuole il selfie con la celebrità per evitare la verifica di chimica? “Mia madre mi ha detto che se le porto una foto con lei, De Niro, domani non mi manda a scuola...”. Ecco, per come la vedo io, questa qui la scuola la può proprio abbandonare definitivamente. Tanto direi che la chimica, quella delle formule, la userà non molto.

    Con la mia amica Delia 

mercoledì 12 novembre 2014

Mai senza



E poi c'è il solito rovello, “che mi porto”? Io, come ho già scritto, amo viaggiare leggera, quindi nel mio caso la domanda si riduce a “ma questo mi serve?". E di solito è no, non mi serve. Però ci sono oggetti 'istituzionali' senza i quali andare mi ė difficile. Non impossibile, of course, ormai ho imparato che di tutto e tutti (figli 
a parte)  si può fare allegramente a meno. Ma, nell'equilibrio  del viaggio, per me, alcune appendici sono di sicuro comfort. 


Mai sono partita senza una guida da sfogliare. La compro (sempre contestando tra me e me il prezzo esoso) e sfoglio le prime pagine. Cibo, abbigliamento, sanità, come trattano le donne, mercati. Un po' di storia, anche  se generalmente i fondamentali uno ce li ha già. Dove vado io, di solito la storia è corta e quella lunga per gli occidentali consapevoli è spesso imbarazzante. Quindi, lasciamo stare... 
Lasciamo stare anche quei glossari immancabili in fondo. Qualunque frase io riesca ad articolare, sarà impossibile capire la risposta, perciò meglio cercare un ponte inglese (o spagnolo) da percorrere, possibilmente non troppo contromano. 
Altra abitudine difficile da sradicare è il libro di carta. Ormai i libri per partire si scaricano su un qualche device, iPad o kindle o altre diavolerie, e così faccio anche io. Spazio e peso se ne giovano altamente. Tuttavia, mi sono resa conto che non mettere in conto nemmeno un libro “vero”, per ora mi è impossibile. Le ultime volte ci ho provato e... Niente... Non ci sono riuscita. Pur sapendo di avere almeno dieci romanzi storati in elettronico, un libro almeno dotato di pagine e copertina mi ha dovuto accompagnare. 



Altro must è la roba per correre. A parte le scarpe, quella prende poco spazio e non mi crea sensi di colpa, anzi. L'idea di aggiungere altri itinerari alla mia collezione di jogger mi fa piacere. 
Che altro ancora? Roba banale: occhiali da sole, una felpa, l'orribile porta documenti che mi metto a tracolla e appare in quasi ogni foto sfregiandola irrimediabilmente.


E negli ultimi anni, naturalmente, telefono e Ipad non possono mancare. Mi è successo di partire per vacanze brevi senza macchina fotografica, ma mai senza i devices. E quella volta che mi si è annacquato tutto, ho passato una settimana orribile e persa. Da allora ho comprato mute e scafandri per tutti e perfino la stagione delle piogge in Costarica è stata brillantemente superata. A parte un piccolo problema con l'iPhone che da un certo punto in poi ha deciso di esercitare l'audio (musica, avvisi di sms e squilli) a suo totale piacimento e indipendentemente dalla mia volontà. Dimostrazione di carattere o demenza senile? 

martedì 11 novembre 2014

No reservation




La prenotazione, grande spartiacque del viaggiatore. Senza voler tracciare profili psicologici che non mi competono, ci sono quelli che, mesi prima, pianificano curve e bocconi, insistono a monte sul dettaglio, studiano storia, geografia, usi e costumi. In un certo senso cominciano a partire in anticipo. Il loro viaggio si dilata nel futuro e, certo, gli imprevisti rimpiccioliscono e i tempi si ottimizzano. Templi e monasteri saranno apprezzati nel loro giusto e non si farà mai torto a una locanda di charme o all'ultima fatica dell'archistar. Ma anche le sorprese saranno contenute. 

    
Inutile dire che io appartengo alla tipologia dei viaggiatori cialtroni, quelli che si preparano poco, non prenotano, guardano approssimativamente gli orari di treni e bus, nella incrollabile convinzione che ci sia sempre un'altra possibilità. Insomma, perso un autobus, se ne trova un altro, magari per una destinazione più nascosta. Non dico che ciò non abbia i suoi lati nervosi. Ma viaggiare è scoperta, occhi e mente allerta, e conoscenza, c'è un mucchio di storia in ogni dove che non aspetta altro che di raccontarsi. Però c'è anche il fattore libertà. E che dire del contatto spontaneo, quelle chiacchiere estemporanee nelle stazioni, i bar che accolgono i viaggiatori con i passa parola più preziosi. 
A me piace tanto sedermi su un gradino con la guida in mano e leggere sul posto la storia. Sapere a casa mia che quel dettaglio è lì e significa questo e quello mi lascia inerte, scoprirlo alzando gli occhi dalla pagina mi entusiasma. 



Così fare un biglietto mesi prima mi mette ansia, come se aver scelto una destinazione mi precludesse altre (per lo più inesistenti) possibilità. Posso ammettere che è una forma mentis. Ma l'emozione di spingere quell'invio 'prenota' è impagabile. 
Nell'era moderna, poi, questa attitudine al punto interrogativo ha riservato molte gradevoli sorprese. Per esempio. Quest'estate, in Sri Lanka, abbiamo vissuto nel lusso più sfrenato proprio prenotando all'ultimo momento e aggiudicandoci così stanze meravigliose a quattro soldi. Uno schema che voglio  proprio ripetere. Conditio sine qua non, ovviamente, è viaggiare non in alta stagione ed essere flessibili su itinerario e tipologia di alloggio. Intendo: se la meta dei sogni è inesorabilmente al completo, bisogna farsene una ragione e salire o scendere di prezzo senza storie. Oppure cambiare destinazione. Insomma, bisogna valutare dove il gioco vale la candela. 

    

Una delle prime cose che ho insegnato a Flaminia, quando abbiamo fatto i primi viaggi, è stata proprio la disinvoltura dei programmi. Sembra un po' una americanata, ma insomma, fare di un ostacolo una opportunità in viaggio è sempre una buona idea. E torno alla mia filosofia: vale solo se non si è ingabbiati in schemi statici, mentali o di itinerario. 

mercoledì 5 novembre 2014

La riserva dei Cham


   Risaia che mi è costata macchina fotografica e due telefoni 

Non è rimasto molto del potente Regno Champa. Il favoloso mondo del passato, nel quale i Cham spadroneggiavano nelll'Indocina, non ha lasciato alcuna traccia di sè, se non una manciata di famiglie che vivono  sul lato vietnamita del Mekong, al confine con la Cambogia. Un'altra piccola comunità sta in Cambogia e altri sono spersi in Tailandia. 
Poche persone brutalizzate dal fiume. E non solo, direi, visto che gli attriti religiosi e politici nei secoli  hanno confinato questa gente. Vivono in case di legno su palafitte, il piano terra sempre precario, assi sconnesse e mal accompagnate, perché nella stagione delle pioggia acqua e detriti lo inghiottono e gli inquilini sono costretti a ritirarsi in alto. 

   Povertà varia

Del Mekong ogni anno misurano mesti l'esuberanza dispotica. “Quest'anno la piena è arrivata qui, quell'altro la tacca si è fermata un po' più giù...”. Il fatalismo non comporta crepe nè riscatto. Solo la misura del fango annuale. Il governo imprigiona i Champa in questa riserva umida e sterile nonostante il clima fecondo.  C'è solo acqua umida. Non si coltiva, non si produce. Quello che fanno qui è solamente passare da una onda di piena all'altra. Ad accogliere i rarissimi turisti, per niente incoraggiati a scoprire questo pezzetto di mobbing razziale, qualche donna e qualche bambino. Anche polli becchettano in attesa dell' inevitabile pentola. Ci sono alcune rozze bancarelle, piccolo artigianato poverissimo, ma di sorprendente gusto. Qualche braccialetto dipinto, teli tessuti a mano rappresentano il residuo di una civiltà che fu colta e magnifica. Oggi i Cham del Vietnam somigliano un po' agli indiani nelle riserve canadesi o Usa. Questi qui, almeno per quello che ho visto io, non bevono come gli indiani d'America, pensionati dalla nascita alla morte e dannati dall'ozio perpetuo, però sono lo stesso esclusi dal loro futuro. E direi anche che i vietnamiti, così compresi nella parte di popolo invaso e oltraggiato, di colpo con i Cham si mettono vestiti assai diversi. 
Di questa visita non ho foto: telefono e macchina fotografica, sono affogati in una sfortunata gita, durante la quale sono stata colta in bicicletta in mezzo a una risaia da una tempesta con lampi e tuoni da spavento, che ha lasciato scampo a me, ma non ai miei devices. Quindi le foto sono 'a piacere' di quel viaggio. 

   Contraddizioni: mega bonsai 

domenica 2 novembre 2014

Il selfie del monaco



Vanità di monaco. Li immaginiamo tutto spirito e niente ego. E invece, eccolo qui, il monaco del terzo millennio cade anche lui nella -innocente- tentazione dell'auto scatto. Dietro c'è una bella cascata tra le montagne dello Sri Lanka, poco lontano dalle colline del tè di Nuwara Elia. 
Io l'ho trovato divertente. Quasi poetico. E mi ha fatto contenta. 

sabato 1 novembre 2014

La guerra del Vietnam




La guerra in Vietnam è finita. Da tempo. Lo sappiamo tutti, ma proprio tutti, come è andata. Sfido chiunque ad affermare di non aver mai usato espressioni automatiche tipo “è stato un Vietnam”, oppure “come un vietcong”, per non parlare di napalm e via così. In più, mi pare che tutti sanno che al mondo tutti sanno come è andata in Vietnam. Tranne i vietnamiti. Che vivono totalmente immersi in quella storia. E nemmeno per un attimo la danno per scontata. 
Per carità, storia vicina vicina e non di poco peso. “Non dimenticare” è uno dei pochissimi vaccini per evitare gli orrori dei ricorsi crociani. Antidoto debole -la memoria dei fatti è sempre stata cagionevole- ma pur sempre l'unico.

Così in Vietnam è praticamente impossibile non imbattersi in un museo di armi e macchinari da guerra, aerei, carri armati diroccati da un lato. Dall'altro,splendide ricostruzioni in mezzo alla giungla della vita del vietcong. Che appare animata di eroismo, netta e pulita come immagino non sia stata affatto. Deve essere che l'idealizzazione inevitabile dei vincitori che li ha negli anni trasformati, ripuliti, resi simili a star da cinema. 


Infilarsi nei cunicoli scavati sottoterra è diventata una avventura per turisti, sono piccoli e stretti e bassi, adatti a corporatura minuta, ma un po' asettici. Se non si sta attenti si indossa lo spirito di disneyland e non va bene. Perché il villaggio vietcong è lindo e senza sbavature, ci sono le riproduzioni a grandezza naturale dei rifugi abitati adesso da manichini in pose plastiche. La foresta di mangrovie risulta affascinante e quasi accogliente, puoi perfino tirare un seme a piombo nel fango umido e sapere che presto ci sarà una tua piccola mangrovietta. Solo il caldo non lo hanno potuto addomesticare e fa pensare davvero a quella guerra combattuta per tutti in condizioni disumane. 


Da quella esperienza (o forse anche da prima, chissà) i vietnamiti hanno ricavato la formula magica della organizzazione. Puntualità, tempismo, proposte. Quindi al turista cuciono gite ed escursioni su misura per durata, prezzo, luoghi. Non di rado ho assistito a minibus che si fermavano nel mezzo del nulla per incrociare un collega e far passare anche un solo viaggiatore che aveva scelto un itinerario speciale. La espressione 'non si può fare' non esiste, tutto si organizza. 


Il rovescio, se si può chiamare così, della medaglia è che non si sfugge alla sosta nei megacentri souvenir dove, però, qui lavorano i veterani di guerra, quelli che portano cicatrici e menomazioni e i figli del napalm, sfregiati nella vita e nel corpo. Il senso di colpa occidentale stimolato all'estremo. Funziona certo con gli americani, non molti in giro, perlopiù reduci in visita-pellegrinaggio con la famiglia. Anche gli europei, in genere, provano uno strisciante disagio. Io di sicuro. Anche perché non c'è mai vittimismo. Nessuno chiede elemosina, nessuno trascina una offesa fisica, non parliamo di esibirla per “affari”. 
C'è un passato, c'è un presente che ne deriva, c'è una vittoria e c'è un prezzo da pagare a un popolo che ha visto ferro e fuoco in casa sua mica troppo tempo fa.