venerdì 30 gennaio 2015

Le conseguenze dell'embargo


    Venerdì, 30 gennaio 



In partenza per Pechino via Mosca. Le conseguenze dell'embargo sono evidenti. Il volo è pieno di giovani asiatici. Ci sono solo un paio di russe 'tipiche', capelli quasi bianchi (non di vecchiaia), abbigliamento classico dell'area, con guizzi animalier e borchie spruzzate sembra a casaccio. Il resto sono orientali, la maggior parte in gruppi composti, sorridenti e silenziosi. Sono... Molti... Ma questa credo sarà la cifra del viaggio. 
Partiamo con oltre due ore di ritardo. Il vento si è messo di traverso sulle piste di Fiumicino. Una sola è aperta e la coda è interminabile. Decollando ho contato almeno undici aerei in attesa dopo di noi. 
L'atmosfera Aeroflot è molto 'russa'. Certo. Laddove, in una cirCostanza di ritardo simile, qualche mese fa, il comandante ogni pochissimo ci aggiornava sulla situazione, qui, silenzio profondo. Le informazioni sono riservate 'a prescindere' e solo astute conversazioni con gli assistenti di volo riescono a elargire brandelli di conoscenza. Spesso inesatta. 


Tra gli annunci dati dagli altoparlanti senza ombra di ironia, però, il divieto di ubriacarsi. E qui Aeroflot ci mette del suo, visto che si fa un punto d'onore nel portare le bevande (molto) prima del cibo. Addirittura passano a ritirare i bicchieri prima di servire il pasto.  
Accanto a me ho una tour guide coreana. In otto (dico proprio otto) giorni in Italia, ha portato il suo gruppo a Venezia, Verona, Vicenza, Genova e Cinque terre, Pisa, San Gimignano, Firenze, Roma, Napoli, Capri e costiera. Giuro. È vero. Me lo sono fatto ripetere tre volte per essere sicura di aver capito bene. Quindi, è chiaro, siamo ben oltre il turismo 'mordi e fuggi', stiamo varcando le frontiere del telesporto. 
Mi da delle 'dritte' per Pechino: acqua terribile, aria terribile, traffico terribile. Ecco, se porta i gruppi così, tutto si spiega. 
Comunque l'evidenza è che i russi non viaggiano (più). Avrei detto che la loro meta non era più l'Europa ostile e si fossero rivolti allo shopping orientale. Invece anche sul Mosca Pechino, inopinatamente affollatissimo, niente. Di russi nemmeno l'ombra. Niente orsi magnati accompagnati da più o meno leggiadre mani bucate, niente eleganti etichette del lusso Made in the world. Niente russi, insomma. Stanno a casa. Forse non è stagione. Prima di partire hanno dovuto scongelare l'aereo. Volevo mettere le virgolette, ma no. Non era figurato. “Sorry for the delay but the aircraft must be deiced”, hanno annunciato. Sono intervenuti con alcune stranissime pompe a getto sulle ali e dopo un po' via al decollo. Pista libera, dintorni parecchio innevati. 


Da Mosca a Pechino si sorvolano territori davvero sconosciuti. Mi sono resa conto che quel tratto di carta geografica mi è completamente ignoto. Appena fa giorno, il finestrino mostra per ore distese innevate senza soluzione di continuità, tracce umane dall'alto non risultano. La mappa sullo schermo dell'aereo indica località solo lette in qualche libro, Ulan Bator, Novosibirsk, Irkusk, Tomsk... Nomi così, che paiono più usciti dalla letteratura che insediati nella realtà. 
Più ci si avvicina a Pechino, più le distese innevate senza macchia sono sostituite da montagne alte e strette strette. Abbracciate l'una all'altra, paiono disegnate per un cartone. E pensare di valicarle a piedi o con altri mezzi appare impresa degna di Ercole o altro eroe mitologico. 
Welcome to China.


martedì 27 gennaio 2015

Visto, si parte




Il primo passo per la partenza per la China è ottenere il visto. Passaggio di per sè non complessissimo, ma nel nostro caso ha avuto momenti alla Verdoni. Sì, perché è tutto accaduto molto in fretta e in modo rocambolesco. La sorpresa del biglietto, del tutto inaspettato, la decisione di andare con Flaminia e non da sola. E l'urgenza di prendere il visto prima che lei tornasse in Inghilterra. Naturalmente non ce l'abbiamo fatta, ma ci abbiamo provato, presentandoci all'ufficio cinese con una serie di documenti rabberciati, in parte stampati in parte in email, un po' separati, un po' insieme. Patetiche ma anche allegre. 
Insomma, questi tre impiegati, due italiani e una cinese, all'inizio erano decisamente spazientiti, poi si sono un po' ingentiliti, forse per pietà. 
La trafila per il visto segue la sua routine e non fa una piega. In più in questa stagione non c'è molta gente. Si prende un numero e si aspetta di essere chiamati. In teoria si dovrebbe arrivare con il modulo stampato a casa e compilato. Noi no. Quindi, primo numero per avere il pezzo di carta per la richiesta. Poi compilare e riprendere il numero. Mancavano delle parti. Ottenere la mail. Spedire. Accorgersi dopo un po' che il 3G girava a vuoto. Uscire in strada. Rispedire. Riprendere il numero e rispondere alla fine a tuttissime le domande, anche quelle nascoste e piccolissime. Insomma, abbiamo preso il numero almeno quattro volte. Meno male che non c'era fila. Ci siamo sedute di fronte a tutti gli impiegati, ogni volta abbiamo ri-raccontato la storia, come se da postazione a postazione non avessero occhi o orecchie. 
In ogni caso, come nello sketch di Verdone ogni volta mancava qualcosa. In più, ho dovuto giurare sulla mia testa e tutto maiuscolo che non avrei scritto per lavoro, firmato e controfirmato. Ma il blog vale? Diciamo di no... Ma tanto, a quanto pare, tutti i social sono oscurati in Cina, dunque, inutile preoccuparsi... 
Alla fine, comunque, happy end. Tutto sembra a posto. “Signora, le telefono io se c'è qualcosa che non va”, assicura cortese l'impiegato. Ma per fortuna il telefono tace. E quattro giorni dopo vado a ritirare i passaporti con il sospirato visto. Ovvio che dimentico a casa la preziosa ricevuta. Era così preziosa che l'avevo conservata in un luogo inaccessibile. Bene, è ancora li. Ma alla fine supero in scioltezza questo ultimo ostacolo che mi avrebbe portato a ritirare il mio documento e tornare con la cartuscella per quello di Flaminia. Invece, miracolo, la ricevuta è unica e i due passaporti quindi vivono e viaggiano insieme. In sostituzione della benedetta ricevuta, devo soltanto dare un documento valido (non il tesserino dell'Ordine),  la tessera sanitaria, 85 euro a persona (visto non express, per quello ultra rapido il prezzo raddoppia). 
Eccolo ce l'ho. L'avventura può cominciare. 

giovedì 22 gennaio 2015

Stelle coraggiose



Mauro ha studiato da chimico. Ha olivi dai quali produce nettare degli dei. Vive in una casetta incantata in Sabina ma non disdegna la Puglia assolata dove si occupa di terre, terreni e case. Insomma saltabecca impegnato di palo in frasca. Ma la sua passione sono gli astri. E così, con un tuffo coraggioso, ha deciso di fare base a Roma e nutrirsi di stelle. Da quando lo conosco, ormai anni, i suoi cieli accompagnano me e parecchi altri. Talvolta tenta di indorare la pillola, è vero, ma la sostanza è sempre giusta. A me, per esempio, ha buttato a mare una serie di fidanzati. Lì per lì io lo liquidavo, ma mai una volta che non abbia avuto ragione. Lo avessi ascoltato prima, mi sarei risparmiata esperienze talvolta anche raccapriccianti... Insomma, Mauro gode della mia incondizionata stima 'laica'. Non credo generalmente agli oroscopi nel senso della predizione. Domani il capricorno incontrerà la persona della vita o avrà una promozione, no, non ci siamo. Credo però che gli astri abbiano influenza generale su carattere e vita. Che ci siano caratteristiche base di ogni segno, poi coniugate da ciascuno come vuole e può. 
Mauro è bravissimo nel tirare fuori le linee dei caratteri. Non ti dirà che domani ti cade un vaso in testa, ma che sarai parecchio nervoso o su di giri o affamato nelle prossime settimane sì. E pure le affinità con le persone. 
La scelta di consultare il girovagare dei pianeti sulle nostre teste per mestiere la trovo assai coraggiosa. Un po' romantica, se vogliamo. L'avrà presa, ne sono certa, in un giorno in cui le sue stelle brillavano. Buona fortuna, Mauro. 


   

lunedì 19 gennaio 2015

Effetti collaterali

Ì


Dieci giorni, più o meno, da quando Ciao se ne è andata. La casa cerca nuovi equilibri. Molte poltrone si sentono vuote, il termosifone della stanza da pranzo, il suo preferito, mostra lividi e chiede un nuovo maquillage per dimenticare. I tappeti dell'ingresso respirano meglio, lo ammettono, sapendo che sono stati lavati per restare, questa volta, puliti. 
Google ha accentuato i suoi tratti canini. Mi aspetta davanti alla porta e mi corre dietro ovunque io vada. Mi guarda mentre cucino e chiede avanzi come mai era successo. E la notte la mia porta resta aperta per lei che si sente sola come mai è stata e cerca conforto. Mai aveva avuto il permesso di stare con me, ma adesso, come negarglielo? Eppure  dormire con un gatto in testa o accoccolato sulla pancia non è il mio modo di riposare preferito. Vizio breve, mi propongo. 


   
Ma, banalmente, anche io sento il vuoto nella ciotola dei croccantini. Google corre, ma nessuno le contenderà passo e pasto. Ciao ha lasciato fruscii in giro, code che sembrano sparire proprio dietro l'angolo, la coda dell'occhio che inganna. Passerà. Sicuramente. 


martedì 13 gennaio 2015

Mario Lo Giuro



“Mi servirebbe la base di un tavolo in ferro battuto”.
“Per quando la vuoi?”.
“Oggi è il 2 gennaio... Direi marzo, anche fine marzo”. 
“Va bene se è pronta domani sera?”.
Questo è stato il mio primo approccio con Mario Lo Giuro, una istituzione in quel di Capalbio e dintorni. Ma la sua fama ha ormai infranto i confini della Toscana per estendersi ovunque nidifichino le signore bene. Mario è marocchino, ma vive in Italia da 34 anni. Il suo enorme capannone è un pezzo di Kasbah trasportato in Maremma, a Pescia. Un gran bazar aperto tutto l'anno. Niente a che vedere con gli stagionali, dunque. I figli di Mario parlano l'italiano degli italiani e sciacquano i panni in Arno. Per così dire. Lui un po' meno. Ha conservato i suoi vecchi modi di immigrato e anche il look. Un po' vezzo del mestiere, un po' retaggio obbligato e intrinseco. Lavora sodo.

    Mario Lo Giuro

 Come si vede dalla foto, nulla concede al superfluo nè all'estetica. La mattina seguente all'ordinazione poco dopo le 9 era già lì a segare e saldare i pezzi della famosa base di ferro. 
Nel frattempo ti stordisce di chiacchiere con l'esuberanza del venditore eccelso. Allarga le braccia sul suo regno di terracotta colorata e tappeti e ti sciorina le cifre stellari che lui paga agli avidi compatrioti. “Vado in Marocco e spendo mi-lio-ni”, si dispera sorridendo. Allegro, ti insinua il pensiero dello sconto sconveniente, trattare sarebbe come rapinare un innocente. E giura, su quel prezzo stabilito. Con tale veemenza da essersi guadagnato appunto il 'cognome' Lo Giuro. Il fix della simpatia. Un misto di fatale furbizia, arte del commercio, psicologia della manipolazione impastato di naturale comunicativa. Mario sa il fatto suo. Adesca e intriga, ridendo e chiacchierando. E mai, mai offre mercanzia. Sei tu che muovi mani e occhi alla ricerca. 


Mario mischia passato, presente e futuro. Lavoro e famiglia. Soldi e cultura. 
Aneddoti e progetti. Non posso non restare ammirata. Le sue ciotole di ceramica con il bordo d'argento costano niente. Belle. Appena l'adocchi, Mario ti racconta che quelle ciotole gli costano troppo da far guarnire in Marocco. Meglio, molto meglio 'importare' un lavoratore che crei l'opera qui. Lui gli offre vitto e alloggio e un po' di salario. Così come è in grado di riprodurre qualunque oggetto, dalle lampade ai tavoli da una foto. Metà prezzo, of course. O anche meno. 


Di qui, inevitabile, la popolarità. E il successo. Di lui e dei suoi arredi si sono occupate anche riviste patinate, che Mario lascia in giro nel capannone con noncurante snobismo....

sabato 10 gennaio 2015

Ciao, l'incontro con la gattitudine




Ciao è stata il mio primo incontro con la gattitudine. Si chiamava così perché all'inizio non la volevo. Schierata decisamente dal parte dei cani. Quando si è presentata nella nostra casa di campagna era novembre. Il ponte lungo. Rossa, piccolina, aveva tre mesi. Già pervicace. Faceva freddo e lei si è accomodata nel nostro portico. Incurante della cucciola di spinone che le faceva intorno sarabanda non aggressiva ma decisamente esuberante. Non se ne è andata nemmeno la notte, ha aspettato su una sedia di paglia al freddo. Ha cercato il colpo di fulmine.


Io l'ho detto da subito a Flaminia: “questa gatta la chiamiamo Ciao, perché finito il week end la salutiamo”. Subito dopo l'ho messa in macchina. Sono passati 13 anni, durante i quali Ciao è rimasta con noi, con il suo carattere schivo, affetto frugale, senza superfluo. Ma incrollabile. Si è sciroppata Blu e i suoi sette cuccioli di spinone, Google, Steve. Mai una storia, mai un graffio, possiamo dire che solo di recente abbiamo scoperto che aveva le unghie, abbiamo dovuto tagliargliele. Mai usate su di noi. 
Con i cani, si limitava a sovrana indifferenza. Li ignorava del tutto. E loro non osavano infastidirla.


Rapporto di odio e amore con Google, la gatta più gelosa e autoriferita del mondo. Sopportava con pazienza il suo mettersi sempre in primo piano, scipparle sistematicamente attenzioni e carezze. Aspettava il momento in cui la rivale non era attenta per avvicinarsi a noi umani. Dava però per scontata la supremazia sul cibo. Era lei sempre la prima a mangiare. Poi cedeva il passo perché si annoiava presto. 


Ciao era ancora in super attività. Quest'estate ha acchiappato un uccellino sul balcone. Fulminea se l'è portato in casa, ma non gli ha fatto del male e l'ha mollato abbastanza di buon grado. 
Adesso è morta e non ci posso credere. Si dice “ti è morto il gatto?”, e, sì, è un grandissimo dolore. È andata via con il suo stile. Elegante e riservata. Un paio di giorni con dolori ai denti, il ricovero e... Stamattina, quando ho telefonato, era già uno sbuffo di fumo nel cielo. Confido in un paradiso dei gatti, con cuscini morbidi, calduccio, petti di pollo in minuscoli pezzetti come piacevano a lei, mosche e insetti vari da acchiappare, alberi e tetti dai quali guardare il mondo dall'alto. 


venerdì 2 gennaio 2015

Portiere di notte

I

Questa piccola vacanza toscana sta riservando alcuni incontri degni di regioni più esotiche. 
Oltre ai meravigliosi fenicotteri, accomodati nella laguna di Orbetello, ecco questo uccelletto che ogni sera di accoccola nel patio di casa, in bilico su chiodo, per lui evidentemente comodissimo e accogliente. Soltanto la sera di capodanno l'acustica dei fuochi lo ha convinto a traslocare. Ma solo per una notte. 
Il piccolo è un codirosso spazzacamino, uccelletto di montagna. Alcuni di loro abitano anche sulle Alpi e ce ne sono perfino in Tibet. Il corpo è azzurro e sfuma al bianco e in una coda rossiccio bruna. Aria simpatica. Carattere determinato. Non si smuove nemmeno a cannonate. Nemmeno con il flash. Merita omaggio.