lunedì 9 febbraio 2015

The Great Wall




Inevitabile la gita da Pechino alla Grande muraglia. Ma non la 'solita' gita, quella dove incontri plotoni di turisti inconsapevoli. Noi abbiamo scelto di sfidare la parte confinante con la (ex) Mongolia, a tre ore di auto dalla città. Percorso fisicamente impegnativo. Solo sei km, ma con dislivelli pari a 126 piani (la app dell'iPhone docet), sali e scendi con una temperatura piuttosto bassa e chiazze di neve a dimostrarlo. Ma dopo cinque minuti di buon passo, il freddo non si sente più, anzi. Via il cappello, via i guanti, puoi solo ammirare la processione di torri a perdita d'occhio inutile dire che, oltre al nostro saputo gruppo di una decina di temerari, non c'era nessuno. I negozi di paccottiglia ai piedi del percorso chiusi, i venditori free lance scoraggiati.


   


 Unici impavidi, una coppia di vecchietti a mezza via con una rudimentale cassetta con bevande varie. Fredde al naturale. Una meraviglia, la grande muraglia completamente deserta. L'atmosfera permette di tornare indietro di qualche secolo. Riflettere su quante migliaia di persone abbiamo contribuito a costruire questa meraviglia lunga 600 km. Piccola immortalità controvoglia. I tratti marcatamente mongoli delle guardie, molto diversi dai cinesi di Pechino, aiutano ad assorbire una storia poco conosciuta quanto avventurosa e affascinante. Appaiono duri e impenetrabili sotto i colbacchi con la stella rossa, ma se si prova a comunicare si aprono in sorrisi illuminati. E a gesti gentili. 

    
Il cammino è battuto dal vento, come si conviene. Anche questo fa contorno. Alcuni gradini vanno davvero scalati, sono alti più o meno 30 centimetri, richiedono muscoli. E alcuni tratti vanno in pendenza quasi da free climbing. La tentazione é passare al quattro zampe, che sembra più facile, ma no, meglio di no. 


Le torri sono periodiche. Alcune meglio conservate, altre tendenti al diroccato. Il panorama credo l'abbiano visto tutti in questa o quella foto, ma, nemmeno a dirlo, un giorno di sole d'inverno lascia la sua traccia di emozione. 
L'ultima torre si chiama 'dei cinque venti' e quando ci si arriva si capisce che non si sono tanto sforzati con la fantasia. Potevano anche chiamarla dei cinquemila venti e sarebbe stato giusto lo stesso. 
Le guardie mongole con il loro colbacco lasciano il passo, ci aspettano per chiudere la porta dietro di noi e finalmente chiudere la muraglia per la notte. L'ultimo tratto va giù a perdifiato. Le gambe tremano un po' perfino a una allenata come me. Ma l'impresa è tutta di felicità.,

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