sabato 27 febbraio 2016

Libertà a quattro ruote



Da giovedì 4 febbraio possiedo un'auto. Una Opel Adam, grigia e nera per la precisione.  Una novità assoluta, dopo oltre vent'anni di macchine altrui. L'ultima, una vecchia Suzuki rossa ormai sbiadita, di mia madre, aveva così tanti acciacchi da non essere più affidabile. Tremava e scricchiolava ad ogni giro di ruota, ogni buca un tormento. Ma davvero mi è spiaciuto lasciarla lì, nel parcheggio dell'Autoimport pronta per l'eutanasia. Fa un effetto strano.  



 La nuova é grigia, un po' muscolare, non di moda, la conoscono in pochi, molto moderna, piena di optional e diavolerie divertenti. Per esempio, ha un sistema satellitare di serie, attraverso il quale si può sempre dialogare con un operatore e ricevere assistenza: dal carro attrezzi al ristorante o farmacia in ogni città. L'ho provato e ho parlato con tale Matteo, spiccato accento sardo, super professionale e efficiente. Ha concluso la telefonata con un "chiami quando vuole", che mi ha fatto venire voglia, così per ridere, di spingere quel pulsante sul tetto della macchina per dire  “Oggi mi sento sola”, oppure "mia figlia non mi risponde, che faccio”. Insomma, una specie di psicanalista da quattro ruote. 
Scherzi a parte, la nuova arrivata comporta un sacco di novità. Intanto, è stata 'battezzata' subito subito: appena presa, venerdì, l'ho parcheggiata sotto casa, sulle strisce blu, e la mattina dopo già ho trovato la multa. Ho dimenticato che lei non ha ancora i diritti civili del quartiere. Quindi, i giorni successivi è stata ferma in un posto ideale, all'ombra delle telecamere di un palazzo vicino superprotetto e a portata di occhi della mia finestra. Come se questo cambiasse qualcosa nella strategia di un eventuale ladro. Vabbè, sono cose viscerali, non si possono argomentare...


 Ho scoperto che avere il bollino di quartiere è facilissimo. Si può fare online e funziona pure. Anzi, se poi si telefona alla agenzia per la mobilità, c'è qualcuno che risponde con una voce umana, entra nel sistema e ti conferma lo stato della pratica. E poi, il tagliando arriva davvero a casa in pochi giorni. Stupefacente. 
Chiuso il capitolo burocrazia (spero),  un'auto affidabile dà la sensazione di possibilità infinite. Apparirà banale ai più che considerano normale avere un'auto, ma chi ci é passato può capirmi. Adesso posso andare a Capalbio senza aspettare un passaggio o qualche anima buona che mi venga a prendere alla stazione. Posso decidere su due piedi una meta e raggiungerla. Anche a suon di musica, visto che finalmente c'è una radio in macchina. Come dice Flaminia, traducendo direttamente dall'inglese, “una lussuria”. 
La cosa più strampalata che ho fatto è stata comprare un panno per la carrozzeria e ... Usarlo!!! Cose davvero di altri mondi. Non credo di aver mai pulito una macchina in vita mia. Ho anche considerato la possibilità di portarla a lavare, dopo le ultime piogge sahariane, ma questo si è dimostrato troppo per me. Tanto più che, dopo averla lustrata ben bene, il giorno dopo ha piovuto ancora sabbia e quindi... Benvenuta, ma ti devi adattare . 

mercoledì 24 febbraio 2016

I regali della vita



Oggi è successa una cosa bellissima. Una sintesi positiva di anni di ogni tipo. Belli, brutti, difficili, curiosi, avventurosi, rabbiosi. Sono stata invitata a un matrimonio. Ma non un matrimonio qualunque. Il 7 aprile si sposa il figlio del papà di mia figlia. Lo so, già viene il mal di testa. Sta di fatto che il mio ex marito, Stefano, aveva già due figli quando l'ho incontrato. E poi é nata la 'nostra' Flaminia. I tre ragazzi sono sempre stati fratelli, il legame decisamente forte e oltre le 'squadre' che pure nel tempo ci sono state. 



Muri e barriere non ce li siamo fatti mancare, diciamo la verità. Eppure, con il senno di poi, mi pare che un filo di affetto l'abbiamo sempre tenuto. Magari senza saperlo. Magari nascosto tra i sacchetti di sabbia messi a guardia delle incomprensioni. I ragazzi sono cresciuti, sono uomini e donne. E adesso Alessandro si sposa. Già padre della meravigliosa Margherita. 



 Un imprinting della famiglia paterna quasi esilarante da quanto è forte. Questa bambina sembra -somiglia non è sufficiente- Flaminia, sembra Alessandro, sembra Stefano da piccolo. Noi mamme siamo state un po' contenitori. 


Per molti anni la frattura è stata grandissima. Una faglia, direi. Poi le cose cambiano. Rivedere Ale dopo tanti anni, uomo, compagno e padre mi ha commosso. Gli occhi sono sempre gli stessi. La sua Monia, che conosco solo per contatto virtuale, mi sembra forte e generosa. 
Ieri sera, Flaminia mi scrive emozionata. “Alessandro si sposa e mi vuole testimone insieme a nostra sorella”. Non sta nella pelle. La sua felicità è palpabile nei messaggi. Sono felicissima anche io, cambiamo il volo di ritorno, progettiamo il vestito, il parrucchiere. Tra me e me penso che comunque andrò alla cerimonia, ad assistere a questa pietra miliare. Lui si sposa, ma Flaminia è testimone! Bellissima fratellanza. 
Poi, oggi la sorpresissima. Anche io sono invitata. Ma che, davvero? Ammetto il nodo alla gola. L'inclusione mi genera sempre sorpresa. Condividere questo momento mi entusiasma. Immagino già un tavolo con Stefano, Flaminia, Francesca l'altra sorella, la nuova compagna di Stefano, le sue due figlie. Gli sposi e la piccolina che girano radiosi. Lo considero davvero un regalo della vita. 

martedì 16 febbraio 2016

Donne per 'La salvezza del mondo'




Lunedì 15 febbraio sono stata alla presentazione del libro di Paola Diana, 'La salvezza del mondo - Donne: fattore di cambiamento del XXI secolo', alla libreria Feltrinelli di Roma. Non conoscevo l'autrice, ma una comune amica, Ha creato la connection. Ho trovato la sala strapiena. Moltissime donne, ma anche parecchi uomini. Per intenderci, più di quanti se possano immaginare per un volume 'femminista'. In realtà le virgolette non ci starebbero, perché il libro e Paola sono proprio femministi, nel miglior senso della parola. Io, femminista negli anni '70, ho trovato queste donne, un po' più giovani, l'evoluzione della specie. Meno rabbia, meno volontà (necessità?) di spezzare le barriere. Noi eravamo giovani ragazze che si affacciavano al mondo, queste sono donne di successo, che ce l'hanno fatta, ma che non hanno perso di vista l'obiettivo: aiutare le donne a difendersi, a prepararsi e a realizzarsi, modificare la società per portarla ad aprirsi al contributo delle donne. Ascoltandole ho trovato grandissima preparazione, il desiderio di uscire dagli stereotipi (le donne odiano le donne, per esempio) per proiettare un nuovo futuro. E per di più, non 'contro' gli uomini ma con loro. 


Insomma, è stata una bella scoperta. Alcune le conoscevo già, come il vicedirettore del Tg2 Ida Colucci, o Sabrina Sar che in polizia dà la caccia a pedofili e altre efferatezze, non sapevo di questo cenacolo, mi è piaciuta l'idea. 


Quello che ho trovato assai imbarazzante, invece, é stato il contributo degli uomini al dibattito. A parte alcuni, massimo quarantenni, persone di spessore e saldamente su posizioni paritarie, cito espressamente i miei amici Alberto Matano e Guido Schartz, gli over 50 non hanno abbandonato la vecchia contrapposizione tra sessi, la condiscono ancora di sufficienza, usano sarcasmo inappropriato. Faccio un esempio. Anzi due. L'oratrice parlava di donne sfruttate, violentate, sfregiate con l'acido. La voce maschile dal fondo, polemico-trionfante: " è una donna quella sfregiava con l'acido”. Certo, vallo a raccontare a Lucia Anniballi. Ma lei, quel signore, l'aveva rimossa. E poi, giro di microfono, un uomo sui 60, storpia il femminismo in femminilità. Che lo abbia fatto volontariamente o inconsapevole della differenza, viene da commentare "stiamo un pezzo avanti!". E avanti, dunque, dobbiamo andare. Lo spirito di iniziativa generosa di Paola Diana è un valido modo. 


domenica 14 febbraio 2016

Italia vs Inghilterra




Peccato che sia finita così. 40 a 9 non è un bel risultato. Oggi sono stata a vedere Italia-Inghilterra, partita di rugby del Sei nazioni. Un torneo nel quale l'Italia non si distingue mai per performance. A prescindere dal risultato, lo spettacolo è divertente.  Regole buffe, per me che non l'avevo mai visto. La palla sempre indietro con le mani, i piedi invece possono portare avanti. Le squadre  non sono sparpagliate sul campo ma fondamentalmente agiscono in linea. Ogni volta che c'è una mischia pensi che ne usciranno tutti cadaveri. Non a caso in campo c'è sempre qualcuno con una borsetta da medico che corre di qua e di là anche durante alcune fasi di gioco. Quando guardi questi ragazzi capisci quanti muscoli ci sono in un corpo. Ecco, loro pare li allenino proprio tutti. 
Che il rugby sia un gioco per sportivi nel corpo e nell'anima, si sa. Non sono loro che hanno inventato il terzo tempo? E poi c'è l'aspetto folcloristico. Alcuni tifosi si vestono come di carnevale. Ho visto crociati e templari. O forse erano cavalieri di re Artù? Chissà. A un certo punto é passato anche un mega elicottero proprio sopra lo stadio. Penso volesse essere un saluto, ma l'effetto guerra é stato un po' inquietante... 



Molti, poi,  si dipingono i colori della squadra in faccia. Lo fanno  anche gli italiani. Altri si vestono tutti uguali in modo bizzarro assai. 
La birra viene versata a secchi, ma non c'è l'impressione di gente ubriaca. È vero che io sono stata in tribuna d'onore, ma anche uscendo non ho visto ebbrezze o escandescenze. Nello stadio, chissà dove, c'era anche una banda -tale banda della Frustica da Viterbo- che ha suonato l'inno d'Italia quasi ininterrottamente. Poi ci sono state le immancabili ole. L'atmosfera si è un po' raffreddata nel finale, visto il risultato. Ma nessuno ha mollato, né in campo né sugli spalti. Nessuno é andato via prima. Nessuno ha fischiato. Un bel comportamento. 


Durante l'intervallo, poi, lo speaker ha addirittura lanciato una richiesta di matrimonio. Visto che era anche San Valentino... Solo per questa iniziativa io l'avrei lasciato 'sto tizio, ma magari invece lei è stata contenta... Certo, indimenticabile lo è stato... 



Intervista a ... Luisa del blog cosedeglialtrimondi


Pubblico, per pura vanità, una intervista che mi è stata fatta in quanto blog traveller. Che poi, sono mesi che non vado da nessuna parte ed è ora di ripartire! 

Intervista a...

Eccomi a presentarvi l’intervistata di questa settimana…. siete pronti??

L’intervistata è …. Luisa del blog cose degli altri mondi

Andiamo a scoprire le risposte:

  1. Da quanto tempo scrivi sul tuo blog?

    Il mio blog,è nato a settembre del 2013, quando sono partita per tre mesi volontariato ambientale nella foresta pluviale del Costa Rica. 

  2. Perchè hai deciso di aprirti un blog dedicato ai viaggi?

    Sono appassionata viaggiatrice da sempre. Il primo viaggio da ragazza in Indonesia, Bali, Giava, Sumatra e la piccola isola di Nias dove non avevano mai visto l’uomo bianco. Figurarsi una donna…

  3. Come si chiama il tuo blog? C’è una spiegazione nella scelta?

    All’inizio il blog si chiamava nellaforestapluvialesenzainternet. Poi, tornata dal Costa Rica, l’ho cambiato per poter includere altri viaggi.

  4. Quali sono i servizi che offri all’interno del tuo blog? 

    I miei articoli sono un misto di racconto, cibo, usi e costumi, un po’ di storia e di politica ma leggere, leggende locali. Molto estero, qualche pezzo di costume (o malcostume)  italiano.E poi Roma, città dove vivo, agrodolce perenne.

  5. Fare il travel blogger è il tuo lavoro o è come passa tempo?

    Diciamo che è un hobby che a tratti diventa lavoro. Come quando ho intervistato l’ambasciatore italiano a Pechino o quando ho seguito l’istallazione di una postazione di telemedicina in un villaggio del Togo. In quel caso sono stata sponsorizzata da una ong e ho scritto anche per i loro siti.

  6. Quale meta hai scelto per il tuo prossimo viaggio? 

    Prossimo viaggio? Si vedrà. Quel che è certo che mai parto in gruppo e mai in alta stagione.

  7. Durante i tuoi viaggi, ti sei mai innamorato/a di una città che vorresti ritornarci o poterti trasferire? 

    Certamente il Costa Rica è un paese che mi tenta parecchio. Ormai lo conosco benissimo e so che si avvicina molto al mio concetto di beatitudine.

  8. Quali sono i monumenti che ti sono piaciuti di più? E di meno? 

    Molto bella la Grande Muraglia cinese, entusiasmante Sighirya in Sri Lanka, splendidi i templi balinesi (ma li ho visti moltissimo tempo fa). Ho adorato il Madagascar e il delta del Mekong in Vietnam. Anche la baia di Ha Long, sempre Vietnam, è splendida. Suvvia, ogni paese ha i suoi punti di fascino. Posti brutti? Tutti quelli accerchiati dai souvenir e dai pullman. Minorca non mi ha convinto.

  9. Durante i tuoi viaggi hai mai avuto degli inconvenienti? Se sì, quali?

    Negli anni ’80 ho cappottato con un camper, sono stata, insieme ai miei quattro amici, ‘arrestata’ per questo e per vari giorni tenuta in ‘ostaggio’ dai turchi. Mai capito il perché, parlavano solo turco… A Nias (Indonesia) siamo incappati in uno schiavo (vero) che non volevano curare per la malaria e abbiamo dovuto curarlo noi. Molto aggressivi con le donne gli uomini di Sri Lanka. Molto pericoloso, ma senza veri incidenti, il viaggio per El Jem, in Tunisia, di due donne da sole in macchina, poco dopo la rivoluzione dei Gelsomini.

  10. In quale stagione viaggi di solito? 

    Fuori stagione

  11. I viaggi li organizzi tu oppure ti affidi alle agenzie viaggi? 

    Organizzo ovviamente tutto io.

  12. Ogni posto ha un prodotto tipico, quale è il tuo preferito? 

    Il cibo vietnamita non ha pari

  13. Durante i tuoi viaggi, cosa ti porti via per passare il tempo? 

    Tablet sui quali scarico libri e macchina fotografica. Per il resto cerco sempre di attaccare bottone con altri viaggiatori o persone del luogo.

  14. Quale è la tua citazione di viaggio preferita? 

    Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

    (Paul Morand) e …

     Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo.  cit. (Robert Louis Stevenson).

  15. Con chi viaggi di solito? 

    Talvolta da sola, spesso con mia figlia, raramente con amici.

  16. Quale è il tuo articolo preferito?

    Non ho idea….

  17. Raccontaci un po’ di te ….

    Sono una giornalista parlamentare, ho lavorato a Mediaset e poi in una agenzia di stampa, dove sono stata caporedattore del politico e poi vicedirettore. Adesso sono da pochi mesi free lance. E ho molto meno tempo di prima… Ma mi diverto di più. Viaggio da sempre con il metodo ‘zaino in spalla’, che è l’unico che concepisco. Sogno di fare il giro del mondo e forse ci riuscirò!

sabato 13 febbraio 2016

Consumi e risparmi



Qualche giorno fa, Dario Di Vico scriveva sul Corriere sul tema consumi e risparmi. In sintesi, osservava come gli italiani preferissero conservare i soldi piuttosto che investirli e/o spenderli. Questo nonostante i bonus a pioggia elargiti dal governo proprio per incoraggiare a 'riempire i ristoranti'. E nemmeno la politica dell'aiuto al mattone sembra aver dato gradi frutti. 
Riportando questa riflessione al mio piccolo, non ho potuto che dargli ragione. 
Il problema non è (solo) la mancanza di denaro, ma la mancanza della voglia di spenderlo. La situazione creata dai terremoti Fornero -nella doppietta lavoro-pensioni- Jobs act, andamento altalenante delle tasse (oggi via quella sulla casa, domani riproposta con tutta probabilità con altro nome), servizi sanitari spolpati al ribasso e così via, non incentivano il cittadino a lasciarsi andare. Fondamentalmente pesa su giorni, mesi, anni l'incertezza. Quella sì, stabile. L'ondata di rosso scarlatto dei mercati, Milano prima in negativo, e la risalita dello spread -siano una turbolenza momentanea o il segno che i giorni bui sono tutt'altro che finiti- confermano. 
Io sono certamente una privilegiata. 
Ho da poco rafforzato abbastanza il mio conto -essere mandati via da una azienda sana dopo quasi 25 anni ha anche rivolti positivi- ma oltre a fare a botte con la sterlina per pagare l'università di mia figlia, non ho messo in cantiere nessun progetto che mi impegnasse economicamente. 
Ho anche un nuovo lavoro, non indeterminato. Non abbastanza da indurmi a compiere passi finanziari non strettamente indispensabili. L'idea di dover vivere d'ora in poi di contratti a breve o medio termine invoglia a blindare il futuro in banca. Manca insomma la fiducia.
Quello che prima Monti ha cominciato e Renzi in perfetta continuità proseguito (e speriamo abbia finito) è una impalcatura che mira sostanzialmente a dare ai giovani più certezze. Giustissimo, ci mancherebbe. Peccato che l'obiettivo viene perseguito con un forsennato taglio dei diritti degli over 50. A cominciare dagli esodati, per esempio. Dare comunque pochi soldi e pochi diritti e precari ai giovani ha comportato togliere certezze e futuro ai loro genitori, che formavano lo zoccolo duro dei contribuenti e mantenevano la famiglia, più o meno allargata. Eliminando dal mercato del lavoro gli adulti tutelati, o regalando loro la stessa incertezza dei loro figli, lo stato si priva di una bella fonte di reddito. Io, per esempio, che ho regolarmente pagato molte tasse, adesso da disoccupata o con contratti a breve scadenza, ne pagherò certamente molte meno. Manterrò mia figlia all'Università a Londra, ma la sconsiglierò (casomai ne avesse l'intenzione) di tornare. I figli eccellenti, quelli per la cui formazione si è investito assai, si guardano bene da immaginare un futuro in Italia. Anche perché gli scenari non sono di certo meritocratici, nè per giovani, nè per adulti di esperienza. E io stessa, che ho accumulato nel mio campo un cv da senior, forse ancora valido, sono poco sedotta da esperienze mordi e fuggi e penso piuttosto a lasciare il Paese. Portando altrove il mio capitale umano ed economico. Non penso di essere mosca bianca.
Renzi ha scardinato un sistema di pesi e contrappesi certamente farraginoso e improduttivo, ma che stava in un certo, anche negativo, equilibrio. Ora quell'equilibrio non c'è più, ma non è stato sostituito da un diverso sistema armonico. Questi sono gli effetti di politiche non sorrette da idee o ideologie. Sono interventi spot alla base dei quali non c'è un modello di società. E non mi pare un problema da poco. 

mercoledì 10 febbraio 2016

Alla Camera con De Coubertin

 

Martedi 9 febbraio, ore 13, sala dei Busti, Camera dei deputati. Mi trovo inopinatamente qui con altri quattro dei 12 scelti. Premio in palio, diventare capo ufficio stampa della Camera. Quel posto per il quale le indiscrezioni e le polemiche si sono susseguite già da mesi. Ancora prima che venisse bandito il concorso, una prova di trasparenza, visto che nessuna legge o regolamento impedisce al Presidente della Camera di scegliere una persona di sua fiducia. 
Le audizioni si sono svolte in due tranche, alcune a fine Aula seduta antimeridiana, altre dopo la seduta del pomeriggio. Avendo vissuto in questo Palazzo oltre 30 anni, all'esame mi sono portata sottobraccio Pierre de Coubertin. Quello, per essere chiari, di “l'importante non è vincere, ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene”. Sorretta da tale comprovata e universale perla di saggezza, sono entrata al cospetto dell'ufficio di presidenza, armata di uno studio su sito, social e correlati,ma anche di una robustissima dose di ironia. D'altra parte, era anche martedì grasso. Ed è noto che a carnevale si scherza... Faccio la mia audizione, mi fanno domande, prendono appunti, perfino. E alla fine dei miei 15 minuti, il classico “le faremo sapere”, che accolgo sorridendo compostamente. E torno al mio da fare. 
Oggi, mercoledì 10 febbraio, la sorpresa: il migliore è proprio quello di cui si parlava ancora prima del concorso. Talvolta le coincidenze coincidono... 


Comunque, io voglio fortemente ringraziare tutte le persone, e sono state veramente tante, che hanno fatto il tifo per me, mi hanno mandato sms, mi hanno telefonato, si sono messe al mio fianco. L'affetto e la stima degli amici e dei colleghi sono splendido viatico. Essere entrata  nella finalissima dei 12 su 270 cv inviati, senza altro aver fatto che inviare la mia bio professionale, mi sembra un risultato in ogni caso soddisfacente. 
Adesso buon lavoro a Stefano Menichini. 

martedì 9 febbraio 2016

Le terribili conseguenze della povertà


La storia di questa bambina strappa il cuore. Parla di ignoranza e fatalismo che prevalgono sull'amore, parla di povertà e disperazione, di un destino segnato di dolore senza un perché davvero inappellabile. Viene da Amakpapè, missione Cuori grandi, Togo, Africa. È molto triste e la racconta come sempre Chiara, che fa sempre tutto il possibile e anche oltre. Hai voglia a dire 'questa é l'Africa'... Questa é l'Africa, verissimo, ma mi ribello al fatalismo banale.

Kossiwa, invece, ha 4 mesi e proviene da una famiglia molto povera e ignorante: è nata in casa, e all’inizio nessuno si era accorto che aveva un problema. Quando aveva circa un mese, i suoi genitori si sono resi conto che c’era qualcosa che non andava con la sua testa, ma invece di farla visitare hanno aspettato di vedere se il problema si risolveva da solo. All’età di 3 mesi, Kossiwa è stata vista per la prima volta da un infermiere, che ha spiegato ai genitori che la piccola aveva bisogno di essere operata, perché è affetta da idrocefalia, un problema relativamente frequente in Togo. I genitori, che non hanno i mezzi di sostenere il costo di un’operazione neurochirurgica (in Togo la sanità è completamente a pagamento), invece di cercare aiuto si sono riportati la bambina a casa e hanno aspettato ancora un mese, prima di venire da noi, disperati, perché adesso ovviamente le condizioni di Kossiwa sono peggiorate (quando l’ho vista per la prima volta era gravemente disidratata, come puoi vedere dalla foto del piedino che ho scattato).


L’abbiamo immediatamente accompagnata all’ospedale di Tokoin, dove attualmente è ricoverata in attesa di intervento. I dottori non sono sicuri se nel frattempo abbia riportato danni neurologici permanenti oppure no. Cerchiamo qualcuno che finanzi del tutto o in parte le spese per l’intervento di Kossiwa, per il quale prevediamo un costo compreso fra i 150 e i 300 euro.

Per chi volesse dare una mano, ecco i riferimenti. 

CUORI GRANDI ONLUS
codice fiscale 93032880150 (5x1000)
iban IT70Q0306933350100000000313

La stella di Dominic

Dalla missione di Amakpapè, in Togo, ricevo da Chiara due nuove storie di 'ordinaria africanità'. Questa ha un bel lieto fine. E di lieto fine si può parlare comunque, credo, per un bambino che ha rischiato seriamente di morire appena nato per nessuna altra ragione che sua mamma non può occuparsi di lui. Certo, sta in orfanotrofio, ma chissà che la sua buona stella non gli regali una vera famiglia, cure, studi. Anche una sola di queste cose. 

Come ormai è consuetudine, lascio la parola a Chiara, intrepida infermiera sempre in lotta contro un nemico, la miseria dell'Africa, molto più grande di lei. 

Dominic è arrivato da noi il 13 ottobre 2015 quando aveva solo 20 minuti di vita. Sua madre, una donna inferma mentale che non è stata neanche in grado di dirci il suo nome o il villaggio di provenienza, lo ha partorito sulla piazza del mercato di Togba, a un paio di chilometri da noi, e subito due uomini di buona volontà hanno prelevato la donna e il bambino e li hanno accompagnati nella nostra infermeria perché prestassimo loro le cure necessarie. Dominic, che ha preso il proprio nome dal santo del giorno, aveva ancora il cordone ombelicale attaccato. A quanto pare è nato a termine, ma le cattive condizioni di salute della madre (anemica, affetta da un’infezione sottocutanea e malnutrita) hanno fatto sì che il neonato fosse sotto peso (1,340 kg, per 40 cm di lunghezza e 28,4 cm di circonferenza cranica). Dal momento che Dominic aveva bisogno di cure intensive, e la madre non solo non era in grado di fornirle, ma ha persino rifiutato di allattarlo al seno, è stata una suora togolese a farsi carico del neonato, che per il momento viene accudito in un istituto e che poi diventerà adottabile. Totale delle spese sostenute da Cuori Grandi per Dominic e sua madre: 12800 franchi, pari a 19,54 euro circa.


Durante le vacanze di Natale sono andata a trovare Dominic all’orfanotrofio e l’ho trovato molto cresciuto, in buona salute e di umore allegro e socievole. Una delle 3 suore che gestiscono l’istituto mi ha detto: “Ah, sei tu l’infermiera che ci ha mandato Dominic? Guardalo, scommetto che non lo avresti nemmeno riconosciuto, tanto è cresciuto! Quando è arrivato qui, sembrava un uccellino caduto dal nido, tanto era piccolo e gracile, e guarda adesso, che differenza!”

domenica 7 febbraio 2016

Poste ogm



Leggo su un quotidiano dell'odissea di una lettera scomparsa nei meandri delle poste italiane, perse le tracce, svanita. Rincarata qualche giorno dopo con un inchiesta sul funzionamento e malfunzionamento della ditta Poste italiane.  È successo anche a me che ho mandato all'inizio di dicembre, non durante la ressa natalizia, poco prima, due pacchettini piccoli, praticamente gemelli. Partiti insieme, dalle blasonate poste della Camera dei Deputati e arrivati dopo oltre un mese. Uno conteneva una medicina che serviva con urgenza. L'altro dolcetti. Avevo chiesto agli impiegati se fosse necessaria una qualche forma di assicurazione postale più o meno costosa per mettere le ali al mio pacchetto, soprattutto quello con la medicina. No, nessun problema. I precedenti invii non avevano avuto inciampi, mi sono fidata. E ho calcolato: impostata venerdì 5 dicembre mattina presto, parte nel pomeriggio, lunedì esce dall'Italia, in tempo per scapolare l'8 dicembre e a fine settimana, al massimo, è a Londra. 
Illusa. Entrambi i pacchetti risultano dispersi. Probabilmente raggiunti e soffocati dalla ondata di piena degli auguri natalizi. Banale, banalissimo rievocare tempi in cui il postino suonava due volte. 
Insomma, per farla breve, sono arrivati nei primi giorni del 2016. Il tempo di un messaggio in bottiglia. Ci hanno messo un mese. Un tempo congruo se il postino fosse partito in bicicletta. Da Roma a Londra sono 1.874 km. Diviso 30 giorni, sarebbero circa 62 km al giorno. Pedalando anche nei festivi. Natale e Capodanno. Ma invece di quotarsi in Borsa, fabbricare gadget, piroettare sulle offerte ai correntisti, dico, non potrebbero -semplicemente- fare il loro lavoro di Poste?  Recapitare la corrispondenza. Posizione qualunquista, sembra. Perché, proprio il giorno dopo aver scritto questa riflessione, mi è capitato di conoscere una super manager di Poste, alla quale ho raccontato l'episodio. Mi ha guardato quasi scandalizzata. "Ma noi su lettere e pacchi siamo pessimi. La corrispondenza non è affatto il nostro forte. Noi adesso siamo concentrati su BancoPoste e tutti i suoi corollari". Ah, ecco... Insomma, Poste ogm...in verità, basta guardare la foto di queste cassette  cosi antiche per rendersi conto. Con ottima pace di chi continua a credere che le Poste servano per recapitare lettere e pacchetti... 

martedì 2 febbraio 2016

Femminicidi e unioni civili



Le unioni civili sono in cima alla lista delle priorità della politica italiana. Le piazze si scaldano di arcobaleni contrapposti a passeggini. Guelfi e ghibellini intrecciano la solita danza di spada e di fioretto. Nel frattempo parecchie donne, solo tre negli ultimi giorni, vengono uccise da uomini violenti. Non sconosciuti, ma 'familiari': ex, quasi ex, non-ex, correlati anche in altro modo. Come il caso della dottoressa calabrese uccisa dal cognato. Che, chissà, pensava di conquistare la moglie uccidendole la sorella. Indubbiamente un corteggiamento efficace e un passaporto per una serena vita futura insieme. 
Penso che il quadretto del Senato che si accapiglia sulla stepchild adoption e sull'ipotesi utero in affitto come se la legge italiana potesse essere baluardo mondiale strida fortemente con la realtà. Vietare nuclei di amore (non chiamiamoli famiglie, per carità, che è pure anticostituzionale) e non proteggere dalle violenze è una lacuna -morale direi- della società. Come è possibile che ci si preoccupi di esagitare le piazze sulle unioni civili quando le donne muoiono per mano degli uomini a loro vicini.
Un tempo si diceva che le donne dovevano denunciare i loro aguzzini, che erano loro le prime colpevoli, conniventi malandate, se non portavano alla luce gli orrori di casa. Ora le donne vanno in questura e all'ospedale, chiedono protezione e continuano a morire. Perché non esiste legge, disposizione, protocollo in grado di fare loro da scudo.
Nel 2014 i femminicidi sono stati 152 secondo il terzo rapporto Eures su dati 2014, 117 in ambito familiare. Gli uomini hanno ucciso nel 94% dei casi, quasi allo stesso modo dei familiari (77%).
Ma, dati a parte, quello che salta agli occhi è il problema culturale. Gli uomini devono essere educati, imparare dall'infanzia rispetto e parità, dominare la violenza, fisica e psicologica, modificare l'approccio con le donne. Ma lo stesso sforzo culturale non dovrebbe essere chiesto in primis al legislatore? Non sarebbe logico e corretto che il Parlamento e il governo si prendessero carico di questa orribile piaga sociale? Non sarebbe più importante, o almeno altrettanto importante, vietare alle persone che non si vogliono più bene di farsi del male piuttosto che vietare a chi si ama di amarsi e avere i diritti civili conseguenti?