venerdì 13 febbraio 2015

Ke, la Cina del futuro classica e globale




Ke ha 24 anni e un ristorante di successo in uno dei quartieri 'alti' di Pechino. Ha studiato negli Usa, parla perfettamente inglese, accorda cultura cinese e maniere occidentali con disinvoltura. Tra i viaggiatori è facile stringere conoscenze. Così, attraverso gli americani conosciuti durante la gita sulla Great wall, siamo entrate in contatto con lui, che ci ha invitato a cena nella sua Oriental lounge, locale modernissimo e appena ristrutturato tra i grattacieli della Pechino ultramoderna.


Ke ci ha fatto preparare un menù cinese raffinatissimo, fatto di mille piccole portate e condito 'all'americana' con una  serie scenografica  di cocktail di ogni colore. 
La sua storia è stupefacente alla mente italiana. Dopo la laurea è tornato in Cina, con l'aiuto del padre ha aperto questo ristorante e lo fa filare liscio, impegnato, come ci raccontava, sempre a immaginare miglioramenti e proposte nuove. Con lui e pre lui lavorano 14 persone, dallo chef ai camerieri e lavapiatti. Nel locale spende una decina di ore al giorno, si occupa della materia prima e della gestione. Nonché di accogliere i clienti. Non è un cinese impettito, Ke, ma un ragazzo con un bel sorriso aperto, di stampo occidentale, direi, e un abbigliamento sciolto, giacche su t-shirt, per intenderci. Lavora. Lavora sodo, certo non parte da zero, ma nella sua impresa prende decisioni e responsabilità. 
Dopo la cena ci ha portato in giro per locali trendy, la vita mischiata tra occidentali e cinesi. Ovvero, molti uomini occidentali e molte giovani cinesi donne. Così come ovunque il mondo si sincronizza. Ma l'atmosfera era allegra e scapestrata più che da 'scambio commerciale'... 


E poi, un paio di sere dopo, la cinesità. Partiti gli americani, Ke ci ha invitato a cena ancora. In un locale tradizionale, questa volta. E insieme a Maggie, sua (forse) fidanzata cinese, anche lei laureata negli Usa. Storia probabilmente agli esordi, i due sono assai riservati, ma molto, molto sorridenti come si conviene a chi davvero reciprocamente si approva.  
In questo ristorante, Ke ci ha imbandito la vera cena tradizionale pechinese. Una esperienza difficilmente ripetibile senza un cinese amico a fare da guida e interprete. Infatti, dopo averci fatto leggere un menù illustrato lungo una ventina di pagine, Ke ha ordinato cibi completamente diversi. 
Provo a raccontarli.
L'antipasto freddo arriva su un piatto lungo lungo e stretto. Contiene cipolline di colore verde-blu, pesce essiccato, cavoli con una salsa di rafano, striscioline marrone scuro non identificate ma buone, purè di un vegetale ignoto condito con mirtilli. 
Piatto forte, per me almeno, l'anatra alla pechinese. Che, sappiatelo, consiste in tre portate. La prima è la carne più pregiata con la pelle croccante separata ma come ricostruita. Poi la carne meno saporita e infine un piatto con le ossa e quello che resta della carne fritte. Strepitose. 


La carne si incarta in crêpes sottilissime insieme a una densa salsa marrone portata a parte insieme ad alcuni vegetali tagliati a striscoline fine fine. Ognuno prende ciò che desidera e crea la sua crepe. Ne avrò mangiate almeno cinque. 
A seguire è arrivata una prelibatezza, che tuttavia non è il mio cibo favorito. Si chiama stinky tofu, tofu puzzolente. Si presenta in quadrati marroni fritti e va intinto nel piccante che più piccante non si può. Forse per neutralizzare gli effluvi. Il sapore non è terribile, ma l'odore si. La nostra amica canadese Rachel ne ha mangiati mille pezzi. Ma io non sono una supporter del tofu in generale. 
Vabbè, mi sono rifatta poi con i won ton, come patate fritte da bagnare con una salsa di cipolle trasparente leggermente giallina. E, come se non bastasse, l'agnello, servito in una cuccuma su un fornelletto che la mantiene calda. Piatto eccellente, profumato di abbondante coriandolo (che adoro) con verdure varie. Dimenticavo gli spaghetti cinesi, avvolti di vegetali e altri ingredienti di varia provenienza.


Insomma, una cena invidiabile che Ke ha voluto a tutti i costi offrire. E qui è stato difficile mantenere l'equilibrio tra il normale desiderio di contribuire e l'altrettanto indispensabile necessità di non offendere la cultura che ci stava ospitando. Così, non c'è stato verso. 
E nemmeno abbiamo potuto ringraziare con un drink. Ke è venuto in auto, un suv Porsche, con un cruscotto da astronave. E in Cina è vietato bere anche un sorso di alcol se si deve guidare. Si va in galera per direttissima. Regole più che severe, imposte per contrastare la tradizione cinese, secondo la quale ogni commensale offre un giro di birra mista al liquore locale (o meglio, una birra e tre shortini superalcolici). Un rifiuto è onta terribile. Quindi, prima della legge, finivano tutti sotto al tavolo e, a seguire, contro qualche ostacolo. E dunque a cena abbiamo bevuto solo acqua. 

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