martedì 7 novembre 2017

Menù d'Inghilterra



Uno dei belli dell'Inghilterra é sicuramente il fatto che le culture differenti sono arrivate ovunque e da ovunque e hanno diffuso isole gastronomiche capillari. Così, per la prima cena a Milton Keynes, la cittadina dove Flaminia ha comprato il suo appartamento, la scelta é caduta su un ristorante turco, Antep Kitchen. Non l'unico ristorante turco della zona, intendiamoci. Quello con le migliori recensioni.




 E, in effetti, fin dalle sette, era affollatissimo. Gente in piedi, allegria. Gestione diretta e familiare, ma professionale. A fare gli onori di casa viene il patron in persona  con il suo panciotto e le sue basette brizzolate, ma poi c'è moltissimo personale, scherza, ma non dimentica un ordine. Qualcuno è turco appena arrivato. Fa finta di capire e manda poi il cameriere con l'inglese più avanzato a verificare. La cucina è a vista con cuochi sfreccianti tra i vapori, il servizio é comunque allegro e professionale e non si lascia adescare dalla bolgia, niente malumori, niente ritardi, niente scortesie. La confusione gioca come fattore positivo. 




Tanto più che che il cibo e davvero ottimo e... veramente turco. I sapori proprio giusti. Perfino i pomodori sapevano di pomodori. Che a novembre, in Gran Bretagna, diciamo non è proprio una banalità. Abbiamo cominciato una parata di antipasti caldi e freddi che da soli sarebbero bastati. E poi gli shish kebab. Altro che gli orrori che ci propinano in italia, al di sotto dell'ultimo gradino della scala gastronomica. Qui sono la delizia che si mangia in oriente. Conditi e cucinati con l'affetto e l'orgoglio che ogni cultura e ogni cucina meritano. Dieci e lode. 
Tra le tante versioni cheap della inseminazione gastronomica britannica c'è anche la catena Nando's, pollo a gogò e praticamente pret a porter. Sul menù si sceglie la quantità (un quarto, mezzo, intero) il grado di piccante, oppure quante ali, quanto petto, ecc. ecc. i tipi di contorno. Insomma, combinazioni infinite. Le bevande sono self service e i bicchieri si possono riempire a volontà. In più, tutti coloro che fanno lavori utili alla comunità come personale di ambulanze, pompieri, poliziotti e coloro che mangiano con loro hanno il 20 per cento di sconto. Quando dici pubblicità progresso. 
E per finire la carrellata di curiosità restaurant di questo mio week end nel Buckinghmshire, ecco l'esperienza di un pasto tradizionale britannico in autentico pub della provincia. Proprio quella che ci immaginiamo e che esiste a pochi chilometri, pardon miglia, da Londra. 





Questo qui è il Cross keys, scelto non dico puntando a caso il dito sulla mappa, ma incrociando banalmente recensioni Tripadivisor e distanza da casa sì. Quindi casualità. Però abbiamo azzeccato. Atmosfera e qualità gastronomica. Sembrava proprio di essere in un film o telefilm inglese. A cominciare dal tempo, fino agli avventori e all'arredamento del pub. Mi è piaciuto moltissimo. E poi, in barba ai luoghi comuni che deridono la cucina inglese abbiamo mangiato benissimo. Sarà che a me è sempre piaciuta, comunque ecco qui il menù: un antipasto di pesci un po' fritti un po' in umido deliziosi, pie farcita di stufato con puré di patate per me e per Flaminia uno splendido stufato di agnello cotto in quella pentola che ci mette dodici ore che voglio assolutamente pure io e non ne posso più fare a meno. Unica cosa, sorvolo sulle verdur che avevano un colorito intensissimo, ma avevano lasciato il sapore chissà dove. Ma la perfezione non è di questo mondo.


Metto su casa



Metto su casa. Non la mia, certo. Che anzi, venderei tutto e andrei leggera leggera da una nuvola all'altra, visitando angoli inaspettati. Nel frattempo, qui in Buckinghmshire, mi trovo a riempire di contenuti l'appartamento di Flaminia, comprato con mutuo quarantennale a una manciata di fermate da Londra. Ma d'altra parte, in Italia a 24 anni, al primo lavoro, anzi prima ancora di incassare lo stipendio numero uno, chi te lo concede un mutuo? Invece in Inghilterra, le hanno dato fiducia ed eccola -eccoci, dai- alle prese con una vita che prende forma. La casa, intanto. Al terzo piano di tre. Qui non si misura in metri quadri, ma in stanze. C'è la camera da letto, il soggiorno con la cucina a vista, un bagno grandino con finestra, ingresso e ripostiglio.


 Saranno, che so, 60 metri quadri? Forse un po' meno. Cinque grandi finestre doppie, affacciate su panorami ariosi, poiché questa palazzina di tre piani è la più alta di tutte e non ne costruiranno intorno di maggiori perché ormai tutti gli spazi sono occupati. Sabato sera, per esempio, è Guy Fawkes, e da ore l'aria risuona di fuochi d'artificio e di falò che è una bellezza e le finestre di Flaminia inquadrano tutto il circondario con accurata curiosità. 


E la notte siamo state accompagnate da una luna piena costante tipo farò sul letto che ha sbeffeggiato il mio consiglio di non comprare le tende per ora, tanto in questi paesi nordici è sempre buio... Fino alle sette della mattina è rimasta a guardarci, full moon!
Giusto per cominciare, le due shopping giornate in cui i reparti abbigliamento per una volta non sono stati degnati di uno sguardo in favore di casalinghi e arredamento grandi mobili. 
Pezzo forte, il divano visto che al letto e al materasso avevamo già pensato online. Per fortuna, altrimenti avrei dovuto dormire per terra o in hotel e insomma non sarebbe stata questa grande inaugurazione. Che io ho voluto battezzare portando da Roma flûte e vedovella (la terza mano del brindisi è di Greg, sorridente e pazientissimo boy friend di Flaminia che per l'intero sabato ci ha accompagnato nello shopping sobbarcandosi ovviamente i compiti più impervi. Come da foto documentato). 


L'acquisto non è stato indolore. E non per fatto economico. Prima le misure. E la simulazione con oggetti stesi per terra tanto per rendere plasticamente l'idea dell'ingombro. Poi la ricerca in questi immensi divanifici uguali in tutto il mondo dove la maggior parte dei modelli esposti con annessi campioni di stoffe sono offese per la vista, il tatto e la civiltà in generale. E tuttavia, alla fine, quando davvero stavamo per perdere la speranza, come in tutte le favole, siamo riuscite a trovare un brutto anatroccolo che con opportuni accorgimenti abbiamo trasformato sulla carta in quello che tra tre settimane di attesa dovrebbe arrivare cigno. E che sarà il mio futuro letto. Speriamo bene, va. Questo è stato il momento dirimente.



Non è mancata la visita a Ikea. Che ti fai mancare Ikea in una svolta epocale come questa? Suvvia. Anzi, è stata la prima tappa. Di buon mattino per evitare file chilometriche. Ho visto con i miei occhi, verso le 12 di sabato code come sull'Aurelia nei week end di luglio avanzato. È buffo, perché in una casa nuova nuova manca proprio tutto, dalle pentole più basiche all'apribottiglie, ai tovagliolini al mestolo di legno. E spiace pensare che a Roma uno (una) ha dieci(mila) di tutto, ma è più conveniente ricomprare che portare o spedire. Vabbè, pure comprare è divertente, non si può negare. E così, ci siamo sacrificate a scorrazzare su e giù per il Buckinghmshire in cerca di ogni diavoleria. Con Greg sempre  pronto  a offrire il suo utilissimo metro e novanta per risolvere situazioni altrimenti poco agevoli. 
Orgia consumistica per una volta del tutto giustificata. Anzi, perfino, indispensabile. Sacrificarsi per divertirsi. 




giovedì 26 ottobre 2017

Marche al volo (per ora)



Faccio pubblica confessione: non ero mai stata nelle Marche, una di quelle regioni per le quali l'Appennino mi appariva invalicabile e dove il vento non mi spingeva mai. Invece, lo scorso week end mia cugina Carola e suo marito Alberto mi hanno invitato a Montecassiano, due passi da Macerata, nella loro casa, costruita in modo che ogni finestra sia in cinemascope sulla valle. 
Un giorno e mezzo, é stata praticamente una intramuscolare, un assaggino, tanto per vedere di cosa si tratta, però mi sono piaciute assai. Intanto le linee del paesaggio. Diverso dell'Umbria. E diverso dalla Toscana. Le colline ondeggiano serene, tonde e poco popolate, più coltivate e meno boscose delle vicine. Sul verde non mi azzarderei a commentare vista la stagione. Per noi nativi tirrenici, poi, fa sempre un certo effetto vedere il sole comportarsi all'incontrario. Finalmente una bella alba come si deve! Sole che sorge dal mare e ti guarda negli occhi appena sveglio invece che immergersi pigro e stanco. Fa la differenza. 


L'idea generale è di grande accuratezza. Giardini rassettati,spigoli puri, case chiare, strade luminose. Mi è piaciuto quello spicchio di montagna sul mare che è il Conero, che nemmeno si é sognato di svendersi al cemento nonostante, siamo sinceri, sia un pezzetto d'arte naturale nella piattezza della costa adriatica. 
Ogni paesello ha il suo carattere. Sirolo sta in alto nella gerarchia sociale e un pochettino se la tira in negozi e terrazzati. Porto Recanati é più alla mano. Anche in questa stagione chiusa il suo lungo mare racconta inevitabilmente di famiglie e sagre, biciclette e pescatori. Montecassiano invece parla di storia antica, di Marche papaline, di ribellioni e lotte tra guelfi e ghibellini. Io non sapevo che i merli dei castelli aperti sono ghibellini e quelli chiusi stanno con i guelfi. Questi di Montecassiano indicano -mi raccontano- una coraggiosa ribellione al conformismo locale e una insana predisposizione a nuotare controcorrente. 




A parte, Macerata. La domenica mattina si presenta deserta e tranquilla. Piove e dunque immagini ore casalinghe e raccolte dentro le mura. Tutto è pietra lavata, i palazzi e le strade hanno cancellato il medioevo per lasciare il passo solo ai secoli successivi, più larghi e civili. Università solide e antiche, mestieri, studi e teatri, si respira questa aria qua. Prospettive, insomma.




Inevitabile un salto a Recanati, città del poeta, che però non mi pare sia preso troppo sul serio. Ovvero. Ci sono un paio di botteghe di souvenir, ma poco convinte e la casa che si fronteggia con quella di Silvia. La torre del passero é nascosta dentro un chiostro ed è domicilio permanete di orde di piccioni, altro che passeri, che lasciano cadere arroganti e indisturbati piume e altre deiezioni, considerate con tutta evidenza  dignitose parti dell'arredo urbano. E anche il colle dell'infinito fa parte del panorama, è diligentemente indicato con cartelli e panchine dalle quali ammirarlo, ma la vista famosa  è, diciamo così, offuscato dalla vegetazione che il servizio giardini non ha ritenuto opportuno potare. Curioso understatement, no? “Qui, nelle Marche, siamo così”, spiegano serafici i miei cugini, cercando di introdurmi alla mentalità regionale. “Si dice della avarizia marchigiana, ma di avarizia non si tratta. Piuttosto rispetto del denaro. Comparato al ligure che non spende proprio, il marchigiano spende, ma sta attento a 'come' spende. Qui il denaro circola, ma con oculatezza. Le auto si comprano, anche di lusso, ma di seconda mano, tanto per dire. E così -scherzano- sarà stato per questi arbusti.. Finita la stagione alta del turismo, a che serve tagliare? Meglio aspettare febbraio, no? Tanto il colle, i locali, lo conoscono bene, ti pare? Se vuoi rovinare la giornata a un marchigiano, gli dici che una cosa l'ha pagata troppo...". 
Vabbe, io invece, che tendo alle mani larghe, non mi sono fatta di questi problemi e ho invece investito nelle prelibatezze gastronomiche locali, ogni ben di dio tra salumi e formaggi, castagne e olive ascolane, vino, vincisgrassi e vino cotto del quale nemmeno sapevo l'esistenza.
Questo è il bignami, la prossima volta si approfondisce. 



martedì 17 ottobre 2017

La querelle di via Ticino




Abito nel quartiere Trieste da quando sono nata, anzi da quando sono nati miei genitori. Anzi, da quando i miei nonni sono arrivati a Roma dalla Sicilia. Facciamo dagli anni '20 del secolo scorso. Insomma da quando il quartiere Trieste esiste. E da quando esiste il quartiere Coppedè. Dove non mi sognerei mai di dire che abito, sebbene dalla finestra io veda a un tiro di schioppo via Ticino. Quindi, se via Ticino risulta quartiere Coppedè, per la proprietà transitiva, anche piazza Trento é quartiere coppede? Mah... Direi di no. Ma direi anche che via Ticino non è quartiere Coppedè per nessuna ragione al mondo. 
Eccoci al punto: la querelle sul palazzotto in demolizione. Ci passo ogni mattina per andare al lavoro. 


Anche io appena ho visto i lavori ho avuto un moto di fastidio/indignazione. E ora che ci fanno qui? Un terrificante parcheggio multi piani? Un supermercato h24? Un obbrobrio vetro resina verde come la fiom di corso Trieste che si staglia contro i miei occhi ogni mattina dagli anni 70 con  il muto beneplacito di tutti i benpensanti attualmente così vocianti? forse perché parecchi di loro abitano lontanissimi altrove, mi verrebbe da supporre e sono maestri nell'arte di condividere cose che non conoscono. No, il palazzo che verrà é, secondo me, bello, pochi appartamenti luminosi, grandi terrazze, box per le auto in modo da non affaticare i parcheggi. Di inserti così nella zona ce ne sono già e sono ben riusciti. Quindi, perché no? Spiace dirlo, ma i  palazzi di via Ticino sono TUTTI, senza eccezione, bruttarelli. Nati  negli anni 50 all'incirca. Non hanno fascino né storia risalente oltre  metà del Novecento, niente da venerare. Quello poi è (era?) di un normalissimo color ocra, dettagli pesanti, finestre piccole. Stava, ma può anche non stare. Le città hanno la facoltà di rinnovarsi nelle loro parti meno preziose e questa senza dubbio lo è. Conservare tutto immobile non giova, prendiamo aria, romani,  che ci fa bene. Custodiamo la storia e rinnoviamo il caduco che altrimenti diventerà soltanto tappezzeria anonima. Non tutto quello che è vecchio può diventare antico. Dopodiché continuo a vedere indignazione e levate di scudi a gogò contro questa iniziativa e mi pare di essere l'unica a condividerla perciò forse sono pazza io. Però, per quel che vale, resto della mia opinione singolare femminile. 

Ecco come sarà 

P.s. Stamattina sono passata, demolizione rapidissima. Fossero tutti così i lavori a Roma saremmo una città davvero efficiente! Lustra e acchittata. Vedo che invece pochi si scandalizzano per la nuova illuminazione che sta spegnendo Roma. Le luci bianche sono fioche, non si vede niente (che in qualche caso è sicuramente meglio) e pare di stare ovunque in un bar di periferia con metà delle luci al neon rotte. Anche qui, sono da sola a pensarla così?