domenica 9 luglio 2017

La movida di via Boncompagni


È capitato che nel giro di poche settimane sono stata invitata a due appuntamenti in via Boncompagni. E non nello stesso posto, come io pensavo all'inizio. Curioso, direi, perché a via Boncompagni storicamente non c'è nulla. Qualche bar da ufficio, un lato dell'ambasciata americana diligentemente presidiato, un fioraio e poco altro. Insomma, una strada di passaggio verso il centro o verso Roma nord. Invece, a quanto pare, anche via Boncompagni si sta svegliando. 



Qualche settimana fa, l'inaugurazione di Fiore, ristorante a isole con una formula particolare e un terrazzo entusiasmante tutto bordato di erbe aromatiche e prodotti dell'orto. Il km zero portato alla sua estrema potenza. Naturalmente non è tutto lì, ma la sintesi dell'idea è chiara. Comunque fanno cucina “flexiteriana”. Sarebbe a dire un mix tra flessibilità e vegetariano. Niente cibi messi all'indice, però. Il che è un bel sollievo per una carnivora irriducibile come me. Piuttosto, cotture leggere (molto vapore, croste di sale e fritture a bassa temperatura) poca carne, bene il pesce, molta frutta e verdura, piatti sani ma saporiti, prodotti biologici. 
Nella serata di inaugurazione, c'era di tutto. Perfino la porchetta. Per dire. E splendidi tavoli traboccanti di formaggi e salumi. Tutti però prodotti con rispetto per l'ambiente e attenzione alla qualità. 



Tutt'altra personalità il giardino pochi numeri più avanti, ospitato dal Rose hotel. Qui si va sul classico aperitivo romano. Gran buffet, soprattutto fritti e frittini appena sfornati, ma anche pizza e polpettine. Ambiente romano, una bravissima, ma non invadente cantante di piano bar. L'appuntamento clou é di giovedì. 


venerdì 16 giugno 2017

Mentalità spazzatura



Differenza di mentalità. Stamattina, uscendo di casa, vedo l'uomo che libera la Fiom dalla spazzatura gettare per terra delle scatole in cartone, snobbando il cassonetto apposito e peraltro bello vuoto. Gli dico: "mi scusi, le spiacerebbe buttare quel cartone 'dentro' il cassonetto?". Fa quattro passi minacciosi verso di me e mi apostrofa: "e tu chi sei, il netturbino?". "No -rispondo- sono una che abita qui e vorrebbe vedere la sua strada pulita e non sporca per l'incuria altrui". A passo lento quanto furioso, é tornato indietro e ha fatto l'immane sforzo di piegare i cartoni e infilarli nell'apposita apertura. Facendo, tutto sommato, il lavoro per il quale è pagato. 
Penso che se tutti si sforzassero personalmente di contribuire alla pulizia della città non saremmo a questo degrado. Personalmente, se i cassonetti  sotto casa sono pieni, ne cerco altri, non mi limito ad abbandonare  la mia spazzatura per terra. Per cui, ferma restando la scarsa scarsa solerzia del servizio di pulizia urbana, penso che se ciascuno avesse davvero a cuore il decoro del suo quartiere, dovrebbe cominciare ad osservare un comportamento virtuoso individuale. Basta lamentarsi, scaricando sempre la colpa sugli altri. Le mancanze ci sono, eccome. Però, chi lascia la 'monnezza' appesa ai cassonetti, fuori, per terra o sparge rifiuti ingombranti in strada è coprotagonista dello sfascio. Di fronte alle carenze oggettive del governo di Roma, denunciare  non basta e, ahimè, non serve. Meglio dare un piccolo contributo al bene comune. 

mercoledì 14 giugno 2017

La via dei funghi



Un po' fa ridere, un po' quasi tenerezza. Soprattutto ci si chiede quale  mai impulso abbia spinto chissà chi a concepire questa buffa strada, alla toponomastica calle San Francisco, uscita certamente dalla fantasia di Lewis Carroll, ma che sarebbe stata meglio, che so, a Disney World. Eppure è qui, pieno centro di Alicante, a due passi dalla Rambla e dal Paseo. Cammini e di colpo pensi di essere Alice in wonderland. I grossi funghi rossi e bianchi costeggiano le case, alternati come gli amici di Alice accoccolati tra i pois delle cupole. 


Inverosimili. Tanto più che la via non dedicata ai bambini. I negozi sono normalissimi. Cafè, abbigliamento, scarpe, arte, generi vari come ovunque. Una bizzarria sorridente. Una cartolina surreale per salutare questa vacanza spagnola. 


martedì 13 giugno 2017

Alì, Cántara e il Califfo impietrito



Non sono famosi con Giulietta e Romeo, ma certamente sono stati altrettanto infelici. Alì e Cántara sono gli innamorati contrastati che intrecciano la leggenda di Alicante con la sua rocca dominata dal castello. C'è anche una specie di cattivo, il Califfo, in modo da assegnare tutte le parti.
C'era una volta, narra la saggezza popolare, un Califfo che regnava sulla città di Lucentum, lignaggio romano, poi convertita all'islam e infine in felice equilibrio di convivenza tra cattolici e musulmani. Come sia, -si era intorno all'anno Mille- il Califfo aveva questa splendida figlia. Bella e brava, intelligente e spiritosa come si addice a una protagonista destinata all'immortalità. Le sue qualità erano così eccellenti che i pretendenti accorrevano da ogni dove nella speranza di conquistarne i favori e, eventualmente, ereditare insieme a lei il governo della città. Tutti venivano scartati con ferma cortesia. Tranne Almanzor e Alì. I due più diversi tra loro non avrebbero potuto essere. Guerriero il primo, artista e poeta l'altro. Viaggiatore e avventuroso contro sedentario e letterato. Diciamo che ciascuno ha il suo tipo, io non avrei avuto dubbi, ma Cántara, o forse suo padre, invece sì. 


Così, nella migliore tradizione dell'epoca, il Califfo bandì una gara. Ad Almanzor chiese di andare nelle Indie e tornare con le migliori spezie e ricchezze di quella terra lontana. Il compito di Alì, invece, fu quello di portare l'acqua alla città, che da sempre ne era totalmente sprovvista. Si trattava di costruire un acquedotto dal fiume che scorreva poche decine di chilometri a nord oppure di deviarne il corso. Poca roba al confronto del viaggio pericoloso e incognito di Almansour. E tuttavia la storia si ripete e l'animo umano anche. Come nella fiaba di Esopo, Alì lepre spese tutto il suo tempo a conquistare l'animo di Cantàra piuttosto che a raggiungere l'obiettivo che gli era stato dato. Giorno dopo giorno i due si perdevano negli occhi, si incontravano un po' di più, cantavano canzoni e passeggiavano tra i fiori. Il romanticismo abbracciò Alì stretto stretto e lo perse. L'argomento acqua per la città evaporò. Dopo un anno o giù di lì quando Almansour tartaruga tornò con le sue navi cariche di ogni magnificenza, fu ben chiaro che se il cuore di Cántara era di Alì, suo padre non poteva che onorare l'impegno con l'altro pretendente. Così una Cántara disperata e fuori di sè andò al suo destino e Alì rimase dolorante a contemplare la persistente siccità dei dintorni. Il passare del tempo non migliorò la situazione. La perdita dell'amata, unita al senso di colpa per aver deluso il Califfo e i concittadini, portarono Alì all'estremo. Appresa la notizia, per Cántara non fu più vita. Sposata con un uomo che non amava, con il cuore perennemente alla ricerca di un sollievo che altrettanto puntualmente le veniva negato, la ragazza si era aggrappata a un immaginario lieto fine, sperando che la vita tornasse a mettersi dalla sua parte. Ma la morte di Alì distrusse il possibile e anche lei dopo breve tempo decise di seguire il destino irrevocabile. 


Niente poté fermare il dolore del Califfo di fronte all'inevitabile. Essere consapevole di aver causato l'infelicità della figlia fino all'insopportabile lo portò quasi alla follia. Si chiuse in una cella del castello appiccicato su quella rocca, simbolo del suo potere e della sua disfatta, passando il tempo a pregare Allah di punirlo. Anni e anni, chissà quanto avrà patito il califfo per la sua redenzione. Finché arrivato il suo giorno, Allah o chi per lui decise di esaudirlo e di imprigionarlo per sempre nella roccia sotto al castello. Da questa  stradina di Alicante si può vedere, con un po' di immaginazione, il viso del Califfo scolpito dalla montagna. 
La città prese il nome di Alicante, in onore degli amanti infelici, riuniti nei secoli almeno dalla storia. 
E con questi presupposti non era pensabile non visitare il castello. O meglio, i bastioni del castello dai quali si domina il mare e la terra intorno (ancora brulla per via di Alì, ma non solo, temo). Se il califfo è ancora imprigionato lì, io non saprei. Certo, salire fin lì non è stata impresa da poco.